L'Italia che vediamo oggi sulla carta geografica non è sempre esistita: nasce da un lungo processo dell'Ottocento, fatto di idee, battaglie e protagonisti coraggiosi, chiamato Risorgimento.
Introduzione
Per secoli la penisola italiana fu divisa in tanti piccoli stati, governati spesso da sovrani stranieri. Pensa a cosa significava: per andare da Milano a Napoli si attraversavano confini, si pagavano dogane, si parlavano dialetti diversissimi e perfino le monete cambiavano. Nell'Ottocento un gruppo crescente di patrioti, scrittori e politici cominciò a sognare un'Italia unita, libera dagli austriaci e governata dagli italiani stessi. Questo lungo processo di unificazione, durato circa quarant'anni, prende il nome di Risorgimento e culminò nella nascita del Regno d'Italia nel 1861. Studiarlo significa capire come un popolo possa trasformare un sogno in realtà politica.
La penisola dopo il Congresso di Vienna
Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone, nel 1815 le grandi potenze europee si riunirono al Congresso di Vienna per ridisegnare la mappa del continente. L'obiettivo era cancellare gli effetti della Rivoluzione francese e tornare alla situazione precedente, secondo i principi di legittimità e di restaurazione. L'Italia fu nuovamente spezzata in sette stati: il Regno di Sardegna a nord-ovest, il Lombardo-Veneto controllato dall'Austria, i ducati di Parma e Modena, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio al centro e il Regno delle Due Sicilie al sud. L'Austria divenne così la potenza dominante della penisola, controllando direttamente o indirettamente quasi tutti i territori. Per capire il peso di questa frammentazione, immagina un mercante di tessuti di Bologna costretto a pagare dazi diversi per vendere a Firenze, a Milano e a Roma. Allo stesso modo, un giovane studente di Torino che volesse visitare i parenti di Palermo doveva esibire più passaporti e cambiare valuta lungo il viaggio.
Le società segrete e i primi moti
La restaurazione austriaca soffocò ogni voce di libertà, ma non riuscì a spegnere le idee diffuse nel periodo napoleonico. Nacquero così le società segrete, gruppi clandestini che organizzavano cospirazioni contro i governi assoluti, con linguaggi cifrati e simboli misteriosi. La più famosa fu la Carboneria, diffusa soprattutto nel sud Italia, che usava parole e gesti ispirati al mestiere dei carbonai per riconoscersi senza farsi scoprire. I moti del 1820-21 scoppiarono nel Regno delle Due Sicilie e in Piemonte, dove i rivoltosi chiesero costituzioni e libertà, ma furono repressi nel sangue dall'intervento austriaco. Anche i moti del 1830-31 in Emilia, Romagna e Marche fallirono, perché mancavano un coordinamento nazionale e l'appoggio della maggioranza dei contadini. La grande delusione di questi tentativi fece capire ai patrioti che servivano nuove strategie, più ampie e meglio organizzate.
Le idee di Mazzini, Gioberti, Cattaneo e Balbo
Tra le nuove proposte spicca quella di Giuseppe Mazzini, un genovese che nel 1831 fondò la Giovine Italia. Mazzini voleva un'Italia unita, indipendente e repubblicana, costruita grazie all'iniziativa del popolo, soprattutto dei giovani sotto i quarant'anni. Egli affidava enorme importanza all'educazione politica e morale, convinto che senza coscienza nazionale ogni rivolta fosse destinata a fallire. Altri pensatori immaginarono strade diverse: Vincenzo Gioberti propose una federazione di stati italiani guidata dal Papa, mentre Carlo Cattaneo sognava una repubblica federale simile alla Svizzera. Cesare Balbo, invece, vedeva nel Regno di Sardegna la guida naturale di un'Italia unita sotto la dinastia dei Savoia. Questa varietà di progetti mostra quanto fosse vivace il dibattito: è come una classe in cui ognuno propone un piano diverso per organizzare la stessa gita, ognuno con vantaggi e svantaggi.
Il 1848 e la Prima guerra d'indipendenza
Il 1848 fu un anno cruciale, perché in tutta Europa scoppiarono rivoluzioni contro i governi assoluti. In Italia, le Cinque Giornate di Milano videro la popolazione insorgere contro le truppe austriache del feldmaresciallo Radetzky e costringerle ad abbandonare la città dopo combattimenti casa per casa. Anche Venezia si ribellò, proclamando la Repubblica di San Marco guidata dall'avvocato Daniele Manin. Il re di Sardegna Carlo Alberto, spinto dall'entusiasmo popolare, dichiarò guerra all'Austria: era la Prima guerra d'indipendenza. Dopo qualche vittoria iniziale, l'esercito piemontese fu sconfitto a Custoza e poi definitivamente a Novara nel 1849, costringendo il re ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Nonostante la sconfitta militare, restò in vigore lo Statuto Albertino, una costituzione moderata che in seguito sarebbe divenuta la legge fondamentale del Regno d'Italia.
Cavour e la politica del Regno di Sardegna
Dopo il 1849, il Regno di Sardegna divenne il punto di riferimento per chi sperava nell'unità nazionale. Il merito principale fu di Camillo Benso conte di Cavour, nominato primo ministro nel 1852. Cavour era un uomo pratico e moderato: modernizzò l'economia piemontese costruendo ferrovie, aprendo al libero commercio, sostenendo l'agricoltura e l'industria tessile. Capì che il Piemonte da solo non poteva sconfiggere l'Austria e cercò alleanze internazionali, in particolare con la Francia di Napoleone III. Nel 1855 inviò un contingente piemontese in Crimea, accanto a Francia e Inghilterra, per ottenere voce nei congressi europei e parlare della questione italiana davanti alle grandi potenze. Grazie a questa abile diplomazia, nel 1858 strinse con Napoleone III gli accordi segreti di Plombières, in cui la Francia si impegnava ad aiutare il Piemonte in una futura guerra contro l'Austria, in cambio di Nizza e della Savoia.
La Seconda guerra d'indipendenza e la Spedizione dei Mille
Nel 1859 scoppiò la Seconda guerra d'indipendenza, con Piemonte e Francia alleati contro l'Austria. Le vittorie di Magenta e Solferino furono decisive, ma Napoleone III firmò improvvisamente l'armistizio di Villafranca, lasciando al Piemonte solo la Lombardia. Tuttavia, nei mesi successivi, plebisciti popolari portarono all'annessione di Toscana, Emilia, Romagna e dei ducati al Regno di Sardegna. L'anno dopo, nel 1860, Giuseppe Garibaldi salpò dallo scoglio di Quarto, vicino Genova, con poco più di mille volontari vestiti con la celebre camicia rossa, decisi a liberare il Sud dal regime borbonico. La Spedizione dei Mille fu un'impresa straordinaria: con poche armi e moltissimo coraggio, Garibaldi conquistò la Sicilia dopo la battaglia di Calatafimi, poi attraversò lo Stretto risalendo fino a Napoli senza incontrare grande resistenza. Lo storico incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II segnò la consegna pacifica del Sud al re sabaudo, in un gesto di grande generosità politica.
La nascita del Regno e il completamento dell'unità
Il 17 marzo 1861, a Torino, il primo parlamento italiano proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della nazione". Mancavano però ancora due territori importanti per completare il disegno unitario: il Veneto, sotto dominio austriaco, e Roma, governata dal Papa Pio IX. Il Veneto fu annesso nel 1866, dopo la Terza guerra d'indipendenza combattuta a fianco della Prussia contro l'Austria, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa. Roma dovette aspettare il 1870: quando la Francia ritirò le truppe che proteggevano il Papa, impegnata nella guerra contro la Prussia, l'esercito italiano entrò in città attraverso la celebre breccia di Porta Pia il 20 settembre. Pochi mesi dopo, Roma divenne la nuova capitale d'Italia, sostituendo Firenze, che lo era stata dal 1865 al posto di Torino. Restavano fuori dai confini Trento e Trieste, chiamate terre irredente, la cui annessione sarebbe avvenuta solo dopo la Prima guerra mondiale.
Problemi del nuovo Regno
La nascita del Regno d'Italia non risolse magicamente tutti i problemi: l'unificazione politica si rivelò molto più rapida di quella economica, sociale e culturale. Il nuovo Stato dovette affrontare un debito pubblico altissimo, ereditato soprattutto dalle guerre del Piemonte, e scelse di imporre tasse pesanti come quella sul macinato del 1868. Nel Sud, l'imposizione di leggi piemontesi e la coscrizione militare obbligatoria provocarono malcontento e diedero vita al fenomeno del brigantaggio, una guerriglia che durò quasi un decennio. Inoltre, la maggior parte degli italiani parlava il dialetto e non sapeva leggere: solo una piccola minoranza usava l'italiano nella vita quotidiana. Per questo lo scrittore Massimo d'Azeglio avrebbe pronunciato la celebre frase "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani", riassumendo la grande sfida culturale che attendeva il nuovo Stato. Capire questi problemi aiuta a comprendere molte questioni dell'Italia anche di oggi.
Ricorda
- Il Risorgimento è il processo storico che, tra il 1815 e il 1870, portò all'unificazione politica della penisola italiana.
- Dopo il Congresso di Vienna l'Italia era divisa in sette stati e dominata direttamente o indirettamente dall'Austria.
- Le tre grandi figure dell'unificazione sono Mazzini (idealista repubblicano), Cavour (abile politico moderato) e Garibaldi (eroe militare).
- I momenti chiave sono: i moti del 1820-21 e del 1830-31, le rivoluzioni del 1848, la Seconda guerra d'indipendenza (1859), la Spedizione dei Mille (1860), la proclamazione del Regno (1861), l'annessione del Veneto (1866) e la presa di Roma (1870).
- Lo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto, divenne la prima costituzione del Regno d'Italia.
- Dopo l'unità restavano problemi enormi: debito pubblico, brigantaggio nel Sud, analfabetismo diffuso e questione delle terre irredente.
Piccolo esercizio di verifica: sul quaderno costruisci una linea del tempo orizzontale che vada dal 1815 al 1870. Colloca in ordine cronologico almeno otto avvenimenti studiati in questa lezione e, per ciascuno, scrivi una breve didascalia di una riga che spieghi che cosa accadde e perché fu importante per il cammino verso l'unità.