La rivoluzione russa

SpiegazioneLiceo · 5ªstoria

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La rivoluzione russa è il grande terremoto politico del Novecento: in pochi mesi del 1917 un impero secolare crolla e nasce il primo Stato che si proclama socialista, cambiando per sempre la geografia delle idee e degli equilibri mondiali.

Un impero fragile alla vigilia del 1914

All'inizio del Novecento la Russia degli zar appare un colosso dai piedi d'argilla, esteso su due continenti ma economicamente arretrato rispetto a Germania, Francia e Regno Unito. La popolazione, oltre centosessanta milioni di abitanti, è composta in larghissima parte da contadini analfabeti che vivono nei villaggi del mir, la comunità rurale che ridistribuisce periodicamente la terra. L'industrializzazione, avviata tardi dal ministro Witte negli anni Novanta dell'Ottocento, ha creato grandi concentrazioni operaie a Pietroburgo, Mosca e Baku, ma con condizioni di lavoro durissime. Lo zar Nicola II governa come autocrate, convinto di un diritto divino al trono, e si appoggia a una burocrazia corrotta e a una polizia segreta, l'Ochrana. Per capire questa fragilità basta pensare a un'azienda enorme ma gestita come una bottega di famiglia, dove le decisioni dipendono dall'umore del proprietario. Oppure si pensi a un palazzo splendido in apparenza ma con fondamenta che cedono al primo terremoto serio. La sconfitta nella guerra contro il Giappone del 1904-1905 e la rivoluzione del 1905, con la nascita dei primi soviet, avevano già mostrato quanto il regime fosse vulnerabile.

Le forze politiche in campo

Nella società russa di inizio secolo si agitano correnti politiche diverse, ciascuna con un proprio progetto per il futuro del Paese. I cadetti, cioè i liberali del partito Costituzionale-Democratico, chiedono una monarchia parlamentare sul modello inglese, garanzie costituzionali e diritti civili. I socialisti-rivoluzionari, eredi del populismo ottocentesco, puntano sui contadini e sull'idea di una via russa al socialismo basata sulla comune contadina. Il Partito Operaio Socialdemocratico, di ispirazione marxista, si era spaccato nel 1903 fra menscevichi, favorevoli a un partito di massa e a una tappa borghese prima del socialismo, e bolscevichi, guidati da Lenin, sostenitori di un partito ristretto di rivoluzionari di professione. Per orientarsi conviene immaginare un'aula di liceo dove gruppi di studenti discutono come riformare la scuola: chi vuole piccoli cambiamenti, chi un consiglio d'istituto più forte, chi propone di rifondare tutto da capo. Allo stesso modo, in Russia, le correnti convivevano nello stesso scontento ma proponevano rimedi opposti, e questa pluralità sarà decisiva nel 1917. La repressione zarista aveva costretto molti leader, fra cui Lenin e Trockij, all'esilio europeo, dove avevano elaborato strategie destinate a tornare in patria con la guerra.

La grande guerra e il crollo dello zarismo

L'entrata in guerra nel 1914 mette la macchina imperiale di fronte a una prova superiore alle sue forze. L'esercito russo, malgrado i numeri imponenti, è male armato, peggio nutrito e comandato da generali spesso incompetenti, come mostrano le sconfitte di Tannenberg e dei Laghi Masuri. Sul fronte interno la mobilitazione svuota le campagne, blocca i trasporti e fa esplodere l'inflazione dei beni alimentari, mentre la corte è screditata dalle voci sull'influenza del monaco Rasputin sulla zarina. Nel febbraio 1917, secondo il calendario giuliano allora in uso, una manifestazione di operaie tessili a Pietrogrado per la Giornata internazionale della donna dà inizio a uno sciopero generale. Si pensi a una città in cui pane, riscaldamento e tram smettono di funzionare contemporaneamente per settimane: la rabbia tracima e nessuna autorità riesce più a contenerla. Oppure a una scuola in cui un'unica protesta scolastica si fonde con quella dei docenti e del personale, paralizzando l'istituto. I soldati della guarnigione si rifiutano di sparare, lo zar abdica il 2 marzo e si apre un periodo di dualismo di potere fra il governo provvisorio e il soviet di Pietrogrado.

Il 1917 tra febbraio e ottobre

Il governo provvisorio, prima guidato dal principe L'vov e poi dal socialista moderato Kerenskij, eredita una situazione drammatica e commette un errore decisivo: continua la guerra a fianco di Francia e Inghilterra. Accanto a esso il soviet di Pietrogrado, composto da delegati di operai e soldati, controlla la guarnigione e i trasporti grazie al celebre Ordine numero 1. In aprile Lenin rientra dall'esilio passando attraverso la Germania su un treno piombato e pubblica le Tesi di aprile, in cui chiede pace immediata, terra ai contadini e tutto il potere ai soviet. In luglio una sollevazione spontanea fallisce, in agosto il generale Kornilov tenta un colpo di mano da destra che viene fermato grazie alle Guardie Rosse bolsceviche, accreditate ormai come unica forza coerente. Per capire la dinamica si può paragonare il governo provvisorio a un docente supplente che cerca di continuare il programma come prima, mentre la classe pretende decisioni nuove. Oppure si pensi a un'azienda con due amministratori delegati che firmano ordini opposti, finché il personale decide di obbedire solo a quello che promette ferie e aumenti. Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre, secondo il calendario giuliano, i bolscevichi occupano i punti strategici di Pietrogrado e il II Congresso dei soviet approva la presa del potere.

I primi decreti e la guerra civile

Il giorno stesso del colpo bolscevico vengono approvati i decreti che cambiano volto al Paese: il decreto sulla pace propone un armistizio senza annessioni né indennità, quello sulla terra abolisce la proprietà privata fondiaria e la consegna ai soviet contadini. Nelle settimane seguenti il nuovo Consiglio dei commissari del popolo, presieduto da Lenin, nazionalizza banche e fabbriche, riconosce il diritto di autodeterminazione ai popoli dell'impero e istituisce la Čeka, polizia politica diretta da Dzeržinskij. Nel marzo 1918, con la pace di Brest-Litovsk, la Russia esce dalla guerra cedendo alla Germania Polonia, Paesi baltici, Ucraina e Caucaso. Subito dopo si scatena la guerra civile fra l'Armata Rossa, organizzata da Trockij, e le forze bianche dei generali Denikin, Kolčak, Wrangel, sostenute da contingenti di Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. Per cogliere la durezza di quegli anni si pensi a un Paese in cui per tre anni i treni trasportano soprattutto soldati e razioni, e ogni famiglia conta almeno un parente al fronte o disperso. Oppure a un quartiere in cui scuole e ospedali vengono trasformati in caserme e infermerie da campo, mentre il cibo arriva con la tessera. La vittoria rossa nel 1921 lascia un Paese stremato, con milioni di morti per carestia, freddo ed epidemie.

Comunismo di guerra, NEP e nascita dell'URSS

Durante il conflitto interno i bolscevichi applicano il cosiddetto comunismo di guerra: requisizione forzata dei raccolti, mobilitazione del lavoro, monopolio statale del commercio. Il sistema permette di vincere militarmente ma rovina l'economia, e nel 1921 esplodono la rivolta dei marinai di Kronštadt e una drammatica carestia sul Volga. Lenin reagisce con un cambio di rotta, la Nuova Politica Economica del 1921, che reintroduce il libero scambio dei prodotti agricoli, ammette piccole imprese private e attira capitali stranieri, pur mantenendo allo Stato banche, industrie pesanti e commercio estero. Nel dicembre 1922 nasce l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, federazione di Russia, Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia, retta da un partito unico e da soviet a piramide. Si può paragonare la NEP a un genitore severo che, dopo una lunga punizione, concede di nuovo la paghetta per ricostruire la fiducia, senza però rinunciare al controllo delle regole di casa. Oppure a un allenatore che, dopo un allenamento massacrante, permette agli atleti un periodo di carico ridotto per evitare il crollo. Con la morte di Lenin nel gennaio 1924 si apre la lotta per la successione, vinta da Stalin contro Trockij entro la fine del decennio.

Significato storico ed eredità mondiale

La rivoluzione russa ha un impatto che va ben oltre i confini dell'ex impero zarista e segna l'intero Novecento. Per la prima volta un partito che si richiama esplicitamente a Marx prende il potere in un grande Paese e tenta di costruire un'economia pianificata, ispirando movimenti operai e anticoloniali dall'Europa all'Asia all'America Latina. La Terza Internazionale, fondata a Mosca nel 1919, diventa centro di coordinamento dei partiti comunisti e contribuisce a spaccare il movimento socialista mondiale fra riformisti e rivoluzionari. Allo stesso tempo la rivoluzione provoca una violenta reazione conservatrice, che spinge ceti medi e proprietari verso i nazionalismi autoritari, fascismo e nazismo, alimentati dalla paura del bolscevismo. La guerra fredda dopo il 1945 e gli equilibri di Yalta sono incomprensibili senza il 1917, così come è incomprensibile la fine di tanti imperi coloniali senza l'eco delle parole d'ordine leniniste. Si pensi, per analogia, a un sasso lanciato in uno stagno: le onde concentriche raggiungono ogni riva, e ancora oggi storici e cittadini discutono se quel sasso abbia portato più speranza o più tragedia.

Ricorda

Esercizio di verifica attivo: sul quaderno costruisci una linea del tempo orizzontale che vada dal 1905 al 1924; collocaci almeno dieci eventi (rivoluzione del 1905, entrata in guerra, febbraio 1917, Tesi di aprile, tentativo di Kornilov, ottobre 1917, decreti sulla pace e sulla terra, Brest-Litovsk, fine della guerra civile, NEP, nascita dell'URSS, morte di Lenin) e accanto a ciascun evento scrivi in una sola frase la conseguenza principale. Poi, in fondo, rispondi in dieci righe alla domanda: perché il governo provvisorio è durato così poco?

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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