Svevo e Pirandello sono i due grandi narratori italiani del primo Novecento che hanno rappresentato la crisi dell'individuo moderno, incapace di possedere un'identità stabile e di leggere con chiarezza la propria coscienza.
All'inizio del Novecento il romanzo europeo abbandona la fiducia positivista in una realtà oggettiva e misurabile, e si concentra invece sulla vita interiore, frammentaria e contraddittoria. Italo Svevo (Trieste, 1861-1928) e Luigi Pirandello (Agrigento, 1867-1936) condividono questa svolta, pur partendo da contesti culturali molto diversi: Svevo dialoga con la psicoanalisi di Freud e con la mitteleuropa di lingua tedesca, Pirandello con il relativismo filosofico e con il teatro europeo. Entrambi mettono in scena un'umanità malata, divisa, incapace di coincidere con se stessa. Il loro protagonista tipico è l'inetto, l'uomo che osserva la vita più che agirla, e che scopre la propria identità come una costruzione fragile e provvisoria. Per questo i loro libri non si limitano a raccontare storie: indagano i meccanismi nascosti della coscienza e smascherano le finzioni sociali. Comprendere Svevo e Pirandello significa capire la nascita stessa del romanzo psicologico italiano e l'avvio della nostra modernità letteraria.
Italo Svevo e l'inetto consapevole
Svevo costruisce la sua narrativa attorno a una figura ricorrente, quella dell'uomo incapace di scegliere, di amare con pienezza, di realizzarsi professionalmente: già Alfonso Nitti in Una vita (1892) ed Emilio Brentani in Senilità (1898) anticipano il personaggio che troverà la sua forma matura ne La coscienza di Zeno (1923). Il vero punto di rottura è proprio quest'ultimo romanzo, scritto in forma di memoriale steso dal protagonista su richiesta del proprio psicoanalista, il dottor S. La struttura non segue un ordine cronologico ma tematico, perché ogni capitolo affronta un nodo della vita di Zeno Cosini: il fumo, la morte del padre, il matrimonio, l'amante, l'impresa commerciale. Questa scelta è rivoluzionaria perché il tempo del racconto coincide con il tempo della memoria, soggettivo, lacunoso, distorto dal desiderio inconscio di mentire a se stessi. Il narratore in prima persona è dunque inattendibile: ogni volta che Zeno spiega le proprie scelte, il lettore intuisce che la verità è un'altra, nascosta dietro razionalizzazioni eleganti. Pensiamo all'episodio dell'"ultima sigaretta": Zeno annota ossessivamente le date in cui smetterà di fumare, ma la ripetizione del rito dimostra che il vero piacere non è la nicotina, bensì il proposito stesso di smettere, che gli permette di rimandare ogni decisione concreta. La conclusione del romanzo, con la celebre visione apocalittica di un mondo distrutto da un ordigno, rovescia infine il concetto di salute: Zeno, l'inetto, sopravvive perché la sua malattia è la condizione comune dell'umanità moderna.
Luigi Pirandello e la maschera
Pirandello fonda la sua poetica su un'idea filosofica precisa, esposta nel saggio L'umorismo (1908): mentre il comico è il semplice "avvertimento del contrario", l'umorismo è il "sentimento del contrario", cioè la capacità di vedere dietro l'apparenza ridicola il dolore nascosto di una persona. Da questa distinzione nasce la sua intera produzione narrativa e teatrale, che smaschera le maschere sociali imposte dalla famiglia, dal lavoro, dalle convenzioni borghesi. Nei romanzi Il fu Mattia Pascal (1904) e Uno, nessuno e centomila (1926) il protagonista scopre che la propria identità non esiste come dato unitario: gli altri ci attribuiscono ruoli diversi, e ciascuno di noi è quindi "uno" per sé, "nessuno" nella verità profonda, "centomila" agli occhi del mondo. Anche le novelle, raccolte sotto il titolo Novelle per un anno, mettono in scena piccoli casi quotidiani in cui un evento improvviso fa crollare l'ordine apparente della vita borghese e rivela l'assurdità del vivere. Il teatro pirandelliano porta queste intuizioni al massimo grado di tensione: in Sei personaggi in cerca d'autore (1921) i confini tra finzione scenica e realtà si dissolvono, perché i personaggi reclamano un'esistenza autonoma rispetto all'autore che li ha abbandonati. Il relativismo conoscitivo di Pirandello non è però una resa nichilistica, ma un invito a guardare con pietà l'umanità intrappolata nelle sue forme, condannata a recitare un copione che non ha scritto e a soffrire per la distanza tra ciò che è e ciò che appare.
Ricorda
- Inetto e maschera sono le due grandi categorie del primo Novecento: Svevo indaga il fallimento della volontà attraverso un narratore inattendibile, Pirandello smaschera la finzione dell'identità sociale.
- La coscienza di Zeno introduce il tempo soggettivo della psicoanalisi e ribalta i concetti di salute e malattia; Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno e centomila e Sei personaggi in cerca d'autore mostrano la frantumazione dell'io e la crisi del realismo ottocentesco.
- Verifica attiva: sul quaderno, costruisci una tabella a tre colonne (Svevo / Pirandello / elementi comuni) e collocaci almeno cinque concetti tra questi: inetto, maschera, narratore inattendibile, umorismo, psicoanalisi, relativismo, forma e vita, tempo soggettivo. Poi scrivi in cinque righe quale dei due autori senti più vicino alla tua esperienza e perché.