Svevo e Pirandello: la crisi dell'io nel romanzo del Novecento

SpiegazioneLiceo · 5ªitaliano

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Italo Svevo e Luigi Pirandello sono i due grandi narratori che, nel primo Novecento, demoliscono la fiducia ottocentesca in un io coerente e padrone di sé. Entrambi raccontano personaggi divisi, contraddittori, incapaci di scegliere o di riconoscersi: l'inetto sveviano e l'uomo dalle mille maschere pirandelliano sono le due facce della stessa crisi della modernità.

Il contesto storico-culturale di inizio Novecento

A cavallo tra Ottocento e Novecento la cultura europea entra in una fase di profonda trasformazione che mette in discussione le certezze del positivismo. La fisica di Einstein dimostra che spazio e tempo non sono assoluti, mentre Freud rivela l'esistenza di un inconscio che governa segretamente la vita psichica. Henri Bergson distingue il tempo della scienza, misurabile con l'orologio, dal tempo interiore della coscienza, fatto di durata e di flussi. In filosofia, Nietzsche annuncia la morte di Dio e la fine dei grandi sistemi metafisici che davano senso all'esistenza. Questo terremoto culturale arriva fino al romanzo, che non può più raccontare personaggi solidi come quelli di Manzoni o Verga. Pensiamo a quanto è cambiato il nostro modo di vivere il tempo: l'orologio segna le otto, ma una lezione noiosa sembra durare ore, mentre un'ora con gli amici vola via in un attimo, esattamente come teorizzava Bergson.

Italo Svevo: la vita e la formazione mitteleuropea

Aron Hector Schmitz, in arte Italo Svevo, nasce a Trieste nel 1861 in una famiglia ebraica borghese e cresce in una città di frontiera, austriaca ma italiana di lingua e cultura. Questa mitteleuropeità è decisiva: Trieste è un crocevia dove convivono lingue, religioni e tradizioni diverse, e dove arrivano per primi gli echi della cultura tedesca, da Schopenhauer a Freud. Costretto dal padre a interrompere gli studi letterari, Svevo lavora per anni in banca e poi nell'azienda del suocero, vivendo sulla propria pelle il contrasto tra vocazione artistica e dovere borghese. I primi due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898), passano quasi inosservati e lo gettano in un lungo silenzio letterario. La svolta arriva con l'amicizia con James Joyce, che gli dà lezioni di inglese a Trieste e ne riconosce il talento. Un suo coetaneo qualunque, dopo due fallimenti editoriali, avrebbe abbandonato la scrittura: Svevo invece tace per venticinque anni e poi pubblica il suo capolavoro a sessantadue anni, dimostrando una straordinaria pazienza intellettuale.

La Coscienza di Zeno: struttura e novità narrative

La coscienza di Zeno, uscito nel 1923, si presenta come il memoriale che il protagonista Zeno Cosini scrive per il proprio psicoanalista, il dottor S., che lo pubblica per vendetta. L'opera è divisa in capitoli tematici e non cronologici, ciascuno dedicato a un nodo della vita di Zeno: il fumo, la morte del padre, il matrimonio, la relazione con l'amante, il commercio. Questa struttura segna una rottura radicale con il romanzo realista, perché segue la logica della memoria e non quella degli eventi. Il narratore è interno e inattendibile: Zeno mente, si auto-inganna, riscrive il passato a proprio vantaggio, e il lettore non sa mai dove finisce la verità e dove cominciano le razionalizzazioni. La psicoanalisi entra nel romanzo non come terapia, ma come metodo di scrittura, perché ogni capitolo è in fondo una libera associazione attorno a un tema. Pensiamo a quando raccontiamo a un amico una nostra figuraccia: tendiamo a giustificarci, a spostare la colpa, a omettere i dettagli imbarazzanti, esattamente come fa Zeno con il suo analista.

L'inetto sveviano e la malattia come condizione

Il protagonista tipico di Svevo è l'inetto, un uomo incapace di agire, di scegliere, di vivere in armonia con la società borghese che lo circonda. Alfonso Nitti, Emilio Brentani e Zeno Cosini formano una galleria di personaggi che si sentono perennemente inadeguati e si percepiscono come malati. La malattia, però, non è solo una debolezza: è anche una forma di lucidità, perché il malato vede ciò che il sano, immerso nell'azione, non riesce a vedere. Zeno osserva con ironia il cognato Guido Speier, brillante uomo d'affari che sembra il modello della salute, e finisce per assistere al suo crollo finanziario e suicidario. Il sano, dunque, è solo un malato che non sa di esserlo, mentre l'inetto sopravvive proprio grazie alla sua incapacità di credere fino in fondo a qualcosa. È un po' come a scuola: lo studente sempre sicuro di sé spesso crolla davanti a una domanda imprevista, mentre quello che dubita di tutto si prepara meglio perché conosce le proprie zone d'ombra.

Luigi Pirandello: vita, formazione e poetica dell'umorismo

Luigi Pirandello nasce nel 1867 a Girgenti, l'odierna Agrigento, in una famiglia siciliana legata all'estrazione dello zolfo. Studia a Bonn, dove entra in contatto con la filosofia tedesca, e si laurea in filologia romanza con una tesi sul dialetto della sua terra. Il dissesto economico della famiglia, la pazzia della moglie Antonietta e una vita segnata da lutti e difficoltà formano la sua visione tragica dell'esistenza. Nel saggio L'umorismo del 1908 Pirandello distingue il comico, che è il semplice avvertimento del contrario, dall'umorismo, che è il sentimento del contrario, cioè la capacità di guardare oltre l'apparenza ridicola e cogliere la sofferenza nascosta. L'esempio celebre è quello della vecchia signora truccata e vestita come una ragazzina: chi ride si ferma all'apparenza, chi capisce il suo dolore per il tempo che fugge entra nella dimensione umoristica. Lo stesso vale oggi davanti a una persona che pubblica sui social foto vistosamente filtrate: l'umorista non ride, ma si chiede quale fragilità si nasconda dietro quel bisogno di apparire diversi.

I temi pirandelliani: maschera, identità e relativismo

Al centro della poetica pirandelliana stanno alcuni grandi temi che ritornano nei romanzi, nelle novelle e nel teatro. Il primo è quello della maschera: ognuno di noi indossa, nei rapporti sociali, una maschera diversa a seconda dell'interlocutore, e non esiste un volto autentico sotto le maschere, perché siamo, nelle parole di Pirandello, uno, nessuno e centomila. Il secondo tema è il relativismo conoscitivo: la verità non è una sola, ma cambia a seconda del punto di vista di chi guarda, come dimostrano i personaggi di Così è (se vi pare). Il terzo è la trappola della forma: la vita è flusso continuo, ma la società ci costringe in ruoli rigidi, come padre, marito, impiegato, che ci imprigionano e ci uccidono lentamente. Pensiamo a come ci comportiamo diversamente a scuola con i professori, a casa con i genitori, in chat con gli amici, allo stadio con i compagni di squadra: siamo gli stessi o siamo persone diverse? Per Pirandello la risposta è inquietante, perché ogni maschera è insieme vera e falsa.

I romanzi e il teatro di Pirandello

Nel romanzo Il fu Mattia Pascal (1904) il protagonista, creduto morto, tenta di costruirsi una nuova identità con il nome di Adriano Meis, ma scopre che senza i documenti, le carte, le relazioni, non esiste socialmente. La sua libertà assoluta diventa la sua condanna, perché non può sposarsi, denunciare un furto, vivere davvero. Uno, nessuno e centomila (1926) racconta invece di Vitangelo Moscarda, che dopo un'osservazione della moglie sul suo naso storto entra in crisi e tenta di distruggere tutte le immagini che gli altri hanno di lui. Nel teatro, con Sei personaggi in cerca d'autore (1921) e Enrico IV (1922), Pirandello porta in scena il metateatro, cioè il teatro che riflette su se stesso, mostrando l'impossibilità di rappresentare la vita in una forma definitiva. È come quando ci registriamo in un video per i social: la versione che pubblichiamo non è mai quella spontanea, e dopo dieci ciak non sappiamo più quale fosse il nostro volto vero.

Svevo e Pirandello a confronto

I due autori, pur diversissimi per biografia e stile, condividono la stessa diagnosi della modernità: l'io non è più un'unità, ma un campo di forze contrastanti, e la realtà non è oggettiva, ma filtrata da una coscienza in crisi. Svevo lavora dall'interno, con un narratore in prima persona che si auto-analizza nel flusso del monologo interiore, influenzato da Freud e dalla psicoanalisi viennese. Pirandello lavora dall'esterno, mostrando il conflitto tra persona e personaggio, tra vita e forma, attraverso il dialogo teatrale e la novella umoristica. Lo stile di Svevo è apparentemente impacciato, con una lingua che risente del dialetto triestino e del tedesco, mentre quello di Pirandello è più letterario ma sempre teso al paradosso. Entrambi hanno avuto un riconoscimento internazionale: Svevo grazie a Joyce e ai critici francesi, Pirandello con il Nobel per la letteratura nel 1934. Senza di loro non capiremmo Kafka, Joyce, Beckett né tanta narrativa contemporanea che racconta personaggi frammentati come quelli delle serie televisive moderne.

Ricorda

Punti chiave da fissare:

Piccolo esercizio di verifica da svolgere sul quaderno: scrivi un breve testo (15-20 righe) in cui immagini un dialogo tra Zeno Cosini e Vitangelo Moscarda seduti in un caffè di Trieste. Fai parlare ciascuno dei due personaggi secondo la propria visione del mondo: Zeno con autoironia, dubbi e razionalizzazioni sul fumo o sul matrimonio; Moscarda con il problema delle maschere e dell'immagine che gli altri hanno di lui. Concludi con una breve riflessione (5 righe) in cui spieghi quali temi comuni emergono dal dialogo e quali invece restano profondamente diversi tra i due personaggi.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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