L'idealismo: Fichte e Schelling

SpiegazioneLiceo · 4ªfilosofia

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L'idealismo tedesco nasce a cavallo tra Settecento e Ottocento come tentativo di portare a compimento la rivoluzione filosofica di Kant. Fichte e Schelling, pur partendo dal criticismo, lo trasformano radicalmente: il primo pone al centro l'Io infinito che crea il mondo per realizzare la propria libertà, il secondo riscopre la natura come spirito visibile e l'arte come luogo supremo della verità. Studiare questi due autori significa entrare in un laboratorio di pensiero in cui filosofia, scienza, politica e poesia si intrecciano in modo inedito.

Dal criticismo all'idealismo: il problema della cosa in sé

Kant aveva chiuso il suo sistema con una distinzione decisiva tra fenomeno, ciò che possiamo conoscere, e noumeno, ciò che pensiamo ma non possiamo esperire. La cosa in sé restava come un confine invalicabile, garantendo che la realtà non si riducesse alle rappresentazioni del soggetto conoscente. Tuttavia molti allievi di Kant, soprattutto a Jena, considerarono questa nozione contraddittoria: come possiamo affermare l'esistenza di qualcosa di cui per principio non sappiamo nulla? Friedrich Heinrich Jacobi formulò celebremente questa difficoltà dicendo che senza la cosa in sé non si entra nel sistema kantiano, ma con essa non vi si può restare. La generazione successiva decise allora di eliminare il noumeno e di derivare ogni realtà dall'attività del soggetto, dando vita all'idealismo propriamente detto. In questo modo la filosofia divenne il racconto di come lo spirito produce da sé l'intero mondo dell'esperienza.

Un primo esempio per capire questa svolta è quello dello studente che osserva il banco di scuola: per Kant esso appare nello spazio e nel tempo grazie alle forme a priori, ma resta sospeso il dubbio su come sia in realtà. Per gli idealisti, invece, lo spazio, il tempo e la materialità stessa del banco sono interamente costruzioni dello spirito, e non c'è alcun residuo nascosto dietro l'apparire. Un secondo esempio è quello del sogno particolarmente vivido: mentre dormiamo, lo spirito produce un intero mondo con persone, luoghi e leggi proprie, senza bisogno di alcuna materia esterna. Gli idealisti suggeriscono che anche la veglia funzioni in modo analogo, sebbene secondo regole più rigorose e condivise.

Fichte e la Dottrina della scienza: l'Io come principio assoluto

Johann Gottlieb Fichte pubblica nel 1794 i Fondamenti dell'intera Dottrina della scienza, opera in cui cerca il principio primo di ogni sapere. La filosofia, sostiene, non può accontentarsi di descrivere ciò che appare, ma deve risalire all'atto originario da cui tutto deriva. Questo principio non può essere una cosa, perché ogni cosa è già un oggetto pensato; deve essere allora un'attività, un puro porsi che non presuppone nulla fuori di sé. Fichte lo chiama Io penso, o più radicalmente Io puro, distinguendolo dall'io empirico di ciascuno di noi. L'Io puro non è una persona individuale ma una struttura universale dello spirito, una libertà che si autoproduce continuamente.

Per comprendere questa idea pensa a un giocatore di scacchi che, prima ancora di muovere un pezzo, deve riconoscersi come colui che gioca: senza quel riconoscimento iniziale non esisterebbe nemmeno la partita. Allo stesso modo, prima di ogni esperienza concreta, lo spirito si pone come soggetto attivo, condizione di ogni successivo contenuto. Un secondo esempio aiuta a vedere la dimensione pratica: quando ci impegniamo a mantenere una promessa, non scopriamo un dovere già dato in natura, ma lo poniamo noi stessi come legge della nostra vita morale. In entrambi i casi l'io non riceve la propria identità dall'esterno, ma la produce attraverso un atto libero.

I tre principi della Dottrina della scienza

Fichte costruisce il proprio sistema su tre principi che vanno compresi nel loro intreccio dialettico. Egli non li deduce uno dall'altro come in una catena logica, ma li espone come tre momenti dell'unico atto in cui lo spirito si rende intelligibile. Il primo è la tesi, il secondo l'antitesi, il terzo la sintesi: una struttura triadica che Hegel riprenderà ed estenderà in modo sistematico. Vediamoli ordinatamente.

  1. L'Io pone se stesso: è il principio di identità, l'atto originario con cui lo spirito si riconosce come attività infinita e libera.
  2. L'Io pone il non-Io: poiché l'attività infinita ha bisogno di un ostacolo per esercitarsi, l'Io produce dentro di sé una limitazione che chiamiamo mondo, natura, oggetto.
  3. L'Io oppone nell'Io all'Io divisibile un non-Io divisibile: nell'Io assoluto convivono io finito e non-io finito, che si limitano reciprocamente e rendono possibile l'esperienza concreta.

Un esempio concreto è quello dell'artista che, per esprimere la propria libertà creativa, ha bisogno della resistenza della materia: il marmo dello scultore non è un nemico ma la condizione perché la scultura esista. Analogamente l'Io fichtiano ha bisogno del non-Io per realizzarsi. Un secondo esempio è quello dello sportivo che, per allenare la propria forza, sceglie pesi sempre più impegnativi: senza ostacolo non c'è esercizio, e senza esercizio non c'è crescita dell'io.

Idealismo e dogmatismo: la scelta morale della filosofia

Nella seconda Introduzione alla Dottrina della scienza, Fichte distingue due grandi famiglie filosofiche: il dogmatismo, che parte dalla cosa e riduce l'io a un suo prodotto, e l'idealismo, che parte dall'io e deriva da esso la cosa. Le due posizioni, sostiene, non possono confutarsi reciprocamente sul piano puramente teoretico, perché ciascuna è coerente al proprio interno. La scelta tra esse non è dunque una questione di logica ma di carattere e di libertà: il dogmatico si concepisce come oggetto in mezzo a oggetti, mentre l'idealista si afferma come soggetto libero. Famosa è la frase secondo cui la filosofia che si sceglie dipende dall'uomo che si è.

Per chiarire questo punto, immagina due studenti davanti a una difficoltà scolastica: il primo dice che è il destino o le condizioni esterne a impedirgli di riuscire, il secondo riconosce in sé la responsabilità ultima del proprio impegno. Senza giudicare le situazioni concrete, è chiaro che il secondo atteggiamento esprime una visione idealistica della vita, in cui il soggetto è artefice del proprio percorso. Un altro esempio è quello del cittadino che, davanti a una legge ingiusta, può rassegnarsi come davanti a un fatto naturale oppure assumere la responsabilità di cambiarla: la seconda posizione coincide con lo spirito dell'idealismo fichtiano, che vede nell'azione libera il cuore della realtà.

Etica, diritto e missione del dotto in Fichte

L'idealismo di Fichte non resta speculazione astratta, ma sfocia in una potente filosofia pratica esposta nel Sistema di etica del 1798 e nei Discorsi alla nazione tedesca del 1808. La vocazione dell'uomo è realizzare progressivamente la propria libertà, superando ogni ostacolo che il non-Io gli oppone. Il dovere morale consiste nel rendere se stessi sempre più indipendenti, e il dovere del dotto è formare le coscienze degli altri perché possano fare altrettanto. Lo Stato, in questo quadro, non è un fine in sé ma uno strumento di educazione che dovrebbe progressivamente rendersi inutile man mano che i cittadini diventano realmente liberi.

Un esempio concreto è quello dell'insegnante che non si limita a trasmettere informazioni, ma cerca di risvegliare nello studente la capacità di pensare con la propria testa: questa è esattamente la missione del dotto fichtiano. Un altro esempio è quello delle istituzioni scolastiche pubbliche pensate non solo per fornire competenze tecniche, ma per formare cittadini consapevoli e responsabili. In entrambi i casi l'educazione è vista come il cuore della libertà collettiva.

Schelling e la filosofia della natura: lo spirito che dorme nelle cose

Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, più giovane di Fichte di dodici anni, parte da posizioni vicine a quelle del maestro ma se ne distacca presto. Egli ritiene che l'Io fichtiano non renda giustizia alla natura, ridotta a semplice ostacolo per l'attività morale del soggetto. La natura, invece, possiede una propria dignità e una propria vita: non è materia inerte ma forza produttiva, organismo che evolve verso forme sempre più complesse. Nelle Idee per una filosofia della natura del 1797 Schelling presenta il mondo fisico come una serie di gradi in cui lo spirito si manifesta progressivamente, dalla materia inorganica al regno vegetale, animale e infine umano.

Un primo esempio illuminante è quello dello sviluppo di una pianta: dal seme, che sembra una cosa morta, si dispiega un organismo complesso che si organizza autonomamente, segno che già nella natura agisce una forza simile a quella dello spirito. Un secondo esempio è quello del corpo umano, in cui processi fisici, chimici e psichici si intrecciano senza soluzione di continuità, mostrando come materia e coscienza non siano due regni separati ma due manifestazioni della stessa realtà. Schelling formula la celebre tesi secondo cui la natura è spirito visibile e lo spirito è natura invisibile.

L'Assoluto e la filosofia dell'identità

Se in Fichte l'Io produce il non-Io come proprio limite, in Schelling soggetto e oggetto, spirito e natura, sono due manifestazioni dell'unico Assoluto che li precede entrambi. Nel Sistema dell'idealismo trascendentale del 1800 Schelling mostra come le due filosofie, quella della natura e quella trascendentale, convergano nello stesso punto, ciascuna partendo da un estremo opposto. Successivamente, nell'Esposizione del mio sistema del 1801, sviluppa la cosiddetta filosofia dell'identità: l'Assoluto è indifferenza originaria di soggetto e oggetto, unità che si articola poi nei due poli senza mai esaurirsi in essi. Hegel ironizzerà su questo Assoluto definendolo la notte in cui tutte le vacche sono nere, accusandolo di cancellare le differenze invece di pensarle.

Per comprendere l'identità, pensa al rapporto tra il dritto e il rovescio di una stoffa: pur essendo lati distinti, sono lo stesso tessuto colto da prospettive diverse, e nessuno dei due esiste senza l'altro. Allo stesso modo soggetto e oggetto, secondo Schelling, sono due facce dell'Assoluto. Un altro esempio è quello dell'acqua, che a temperature differenti si presenta come ghiaccio, liquido o vapore: pur cambiando forma, resta sempre la stessa sostanza, così come l'Assoluto resta uno pur articolandosi in natura e spirito.

L'arte come organo della filosofia

L'aspetto forse più originale del primo Schelling è l'idea che l'arte sia l'organo supremo della filosofia, capace di rendere visibile ciò che il concetto può solo tendere a dire. Nella conclusione del Sistema dell'idealismo trascendentale, l'arte è descritta come il luogo in cui consapevolezza e inconsapevolezza, libertà e necessità, soggetto e oggetto coincidono perfettamente. L'opera d'arte è infatti il risultato di un atto libero dell'artista, ma una volta compiuta appare come se non potesse essere altrimenti, dotata di una propria necessità interna. Per questo gli idealisti, e in particolare i romantici, vedono nell'arte non un semplice ornamento, ma una via privilegiata di accesso all'Assoluto.

Pensa a una poesia di Leopardi: nasce dalla libertà creativa del poeta, eppure ogni parola, una volta scritta, sembra l'unica possibile, come se la lingua stessa avesse trovato la propria perfetta espressione. Un secondo esempio è quello di una sinfonia di Beethoven, in cui i singoli temi sembrano dover comparire proprio in quel momento, mostrando come libertà compositiva e necessità musicale si fondano in un'unica esperienza. In questi casi sperimentiamo concretamente quell'identità di opposti che la filosofia tenta di pensare.

Ricorda

  1. L'idealismo tedesco elimina la cosa in sé kantiana e deduce ogni realtà dall'attività dello spirito.
  2. Fichte pone l'Io puro come principio assoluto, articolato nei tre momenti di tesi (Io), antitesi (non-Io) e sintesi (Io e non-Io divisibili).
  3. La scelta tra idealismo e dogmatismo è anche una scelta morale: dipende dal tipo di uomo che si è.
  4. La filosofia di Fichte si traduce in un'etica del dovere e in una missione educativa affidata al dotto.
  5. Schelling restituisce dignità alla natura, vista come spirito visibile in continuo sviluppo organico.
  6. Soggetto e oggetto sono per Schelling due manifestazioni dell'Assoluto, indifferenza originaria di entrambi.
  7. L'arte è l'organo supremo della filosofia perché in essa coincidono libertà e necessità, consapevolezza e inconsapevolezza.

Piccolo esercizio di verifica da svolgere sul quaderno: scrivi un breve testo di circa quindici righe in cui immagini un dialogo tra Fichte e Schelling su una passeggiata nel bosco. Fichte deve sostenere che la natura ha valore solo come ostacolo per la libertà morale; Schelling deve replicare che essa è vita autonoma dello spirito. Concludi indicando quale delle due posizioni ti convince di più e perché, motivando con almeno due argomenti tratti dalla spiegazione.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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