La nascita di Roma: tra leggenda e storia

SpiegazioneScuola primaria · 5ªstoria

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Roma, una delle città più famose del mondo, ha origini avvolte da una leggenda affascinante che parla di gemelli, di una lupa e di sette colli vicino al fiume Tevere.

Un'introduzione tra mito e realtà

Quando parliamo della nascita di Roma, dobbiamo immaginare un tempo molto lontano, più di duemilasettecento anni fa, quando l'Italia era molto diversa da come la conosciamo oggi. In quell'epoca non esistevano grandi città come Milano o Napoli, ma soltanto piccoli villaggi sparsi nelle campagne, abitati da popoli diversi tra loro. Gli antichi Romani amavano raccontare la storia delle loro origini mescolando fatti reali e racconti fantastici, perché credevano che la loro città fosse stata fondata grazie all'intervento degli dèi. Per questo motivo, oggi distinguiamo due versioni della nascita di Roma: quella leggendaria, tramandata dai poeti e dagli storici antichi, e quella storica, ricostruita dagli archeologi attraverso lo studio dei reperti. Pensa, ad esempio, a come tu racconteresti la storia della tua famiglia: alcuni episodi sono certi perché documentati da foto, altri sono ricordi che con il tempo si trasformano in piccole leggende familiari. Allo stesso modo, i Romani conservavano la memoria delle loro origini, rendendole più straordinarie di quanto fossero realmente.

La leggenda di Enea e l'arrivo nel Lazio

La storia leggendaria di Roma comincia molto prima della fondazione vera e propria della città, con la vicenda di un eroe troiano di nome Enea. Secondo il racconto del poeta Virgilio, Enea fuggì dalla città di Troia in fiamme, distrutta dai Greci dopo una lunga guerra, portando in salvo il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio. Dopo un lungo viaggio per il Mediterraneo, pieno di pericoli e tempeste, Enea sbarcò sulle coste del Lazio, una regione dell'Italia centrale ricca di boschi e fiumi. Qui sposò Lavinia, figlia del re Latino, e fondò una città chiamata Lavinio in onore della moglie. Suo figlio Ascanio, crescendo, decise di costruire una nuova città chiamata Alba Longa, che diventò il centro più importante del Lazio per molti secoli. Possiamo paragonare il viaggio di Enea a quello di una famiglia che, costretta a lasciare la propria casa, attraversa molte difficoltà prima di trovare un nuovo luogo dove ricominciare, proprio come succede ancora oggi a chi emigra in cerca di una vita migliore.

Romolo e Remo: i gemelli salvati dalla lupa

Molti anni dopo Enea, ad Alba Longa regnava un re buono di nome Numitore, che però fu spodestato dal fratello cattivo Amulio, il quale voleva impadronirsi del trono. Per essere sicuro che nessun nipote potesse un giorno vendicare il nonno, Amulio obbligò la figlia di Numitore, Rea Silvia, a diventare sacerdotessa e a non sposarsi mai. Ma il dio Marte si innamorò di Rea Silvia, e dalla loro unione nacquero due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, furioso, ordinò che i bambini fossero abbandonati in una cesta sul fiume Tevere, sicuro che le acque li avrebbero portati via per sempre. La cesta però si arenò vicino alla riva, ai piedi del colle Palatino, dove una lupa li trovò e li allattò amorevolmente come fossero suoi cuccioli. Più tardi, un pastore di nome Faustolo li raccolse e li crebbe insieme alla moglie Acca Larenzia, come fossero figli suoi. Questa storia ricorda un po' le fiabe in cui un bambino abbandonato viene salvato e cresciuto da persone semplici, come accade ad esempio a Mowgli nel Libro della Giungla, allevato dai lupi nella foresta.

La fondazione della città nel 753 a.C.

Quando Romolo e Remo divennero adulti, scoprirono la verità sulle loro origini e decisero di vendicare il nonno Numitore, riportandolo sul trono di Alba Longa. Poi vollero fondare una nuova città proprio nel luogo dove erano stati salvati dalla lupa, ma sorse subito un disaccordo sulla scelta del colle dove costruirla. Romolo preferiva il Palatino, mentre Remo voleva l'Aventino, e per decidere si affidarono al volo degli uccelli, un'antica forma di divinazione. Romolo vide dodici avvoltoi, più di quanti ne vide Remo, e così venne scelto come fondatore: con un aratro tracciò il solco sacro che segnava i confini della nuova città. Durante una lite, però, Remo saltò per dispetto oltre il solco e Romolo, infuriato, lo uccise pronunciando la celebre frase secondo cui chiunque avesse oltrepassato quelle mura avrebbe fatto la stessa fine. Era il 21 aprile del 753 a.C., una data che gli antichi Romani celebravano ogni anno con grandi feste, un po' come noi festeggiamo il compleanno di una persona cara o il giorno della Repubblica.

I sette colli e il fiume Tevere

Roma viene chiamata la "città dei sette colli" perché venne costruita proprio sopra sette rilievi che si affacciavano sulla valle del fiume Tevere, all'interno della regione chiamata Lazio. I nomi di questi colli sono Palatino, Aventino, Campidoglio, Quirinale, Viminale, Esquilino e Celio, e ciascuno di essi aveva caratteristiche particolari. Il Palatino, dove Romolo fondò la prima cittadella, era il più centrale e meglio difendibile, mentre il Campidoglio divenne presto il colle sacro dove si costruivano i templi più importanti. La posizione geografica di Roma era straordinariamente vantaggiosa: il Tevere permetteva i commerci con il mare e con l'interno, mentre i colli offrivano protezione naturale contro gli attacchi nemici. Vicino alla città passava anche un'importante via commerciale, lungo la quale il sale veniva trasportato dalle saline della costa verso le zone interne dell'Italia. Possiamo immaginare i colli come delle piccole fortezze naturali, simili alle case sull'albero che i bambini costruiscono in giardino per giocare in un luogo riparato e con una buona visuale tutto intorno.

La verità degli storici e degli archeologi

Gli storici moderni e gli archeologi, studiando con attenzione il terreno e gli oggetti antichi, hanno scoperto che la nascita di Roma fu in realtà molto più graduale di quanto racconti la leggenda. Sul colle Palatino, infatti, sono state ritrovate le tracce di capanne di pastori risalenti proprio all'VIII secolo a.C., cioè più o meno al periodo indicato dal mito. Gli abitanti di queste capanne erano i Latini, un popolo di agricoltori e allevatori che, lentamente, si unirono ad altri gruppi vicini come i Sabini e gli Etruschi, formando una comunità sempre più grande. Non ci fu quindi un unico momento di fondazione con l'aratro di Romolo, ma una crescita progressiva di piccoli villaggi che si unirono fino a diventare una vera città. Gli archeologi lavorano un po' come dei detective: osservano i frammenti di ceramica, i resti delle mura e le tombe per ricostruire la vita di chi è vissuto secoli fa. Questo lavoro è simile a quando cerchi di capire chi ha lasciato delle briciole sul tavolo guardando gli indizi attorno: ogni piccolo dettaglio aiuta a ricostruire la verità.

Le tradizioni e i simboli della Roma delle origini

Dopo la fondazione, Romolo diventò il primo re di Roma e dovette affrontare un grande problema: in città c'erano molti uomini ma poche donne, e quindi la popolazione non poteva crescere. Per risolvere la questione, Romolo organizzò una festa invitando il popolo vicino dei Sabini, e durante i giochi fece rapire le loro giovani donne, un episodio che gli antichi chiamavano il "ratto delle Sabine". Dopo questo gesto seguì una guerra, che però finì grazie alle stesse Sabine, le quali chiesero la pace tra mariti e padri, permettendo così la fusione dei due popoli. Tra i simboli più importanti della Roma delle origini ricordiamo l'aquila, simbolo del dio Marte, e ovviamente la lupa, diventata l'emblema della città ancora oggi visibile in molte fontane e monumenti. La famosa statua della Lupa Capitolina, che mostra l'animale mentre allatta i due gemelli, è ammirata da migliaia di turisti ogni anno nei Musei Capitolini. Quando vai a vedere una statua o un monumento in piazza, prova a chiederti quale storia raccontano: spesso, come per la lupa, dietro un'immagine si nasconde una storia antichissima e affascinante.

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