L'età dell'imperialismo

SpiegazioneLiceo · 5ªstoria

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L'imperialismo è la politica di espansione coloniale e di dominio economico, militare e culturale che le grandi potenze europee, gli Stati Uniti e il Giappone attuarono soprattutto tra il 1870 e il 1914, ridisegnando la mappa del mondo.

Dopo il 1870 l'Europa industrializzata visse una stagione di profonde trasformazioni economiche, politiche e culturali che spinsero gli Stati nazionali a cercare nuovi spazi oltre i propri confini. La seconda rivoluzione industriale aveva moltiplicato la produzione di acciaio, prodotti chimici ed energia elettrica, generando il bisogno di materie prime sempre più abbondanti e di mercati capaci di assorbire le merci eccedenti. Le banche e i grandi gruppi finanziari cercavano terreni di investimento più redditizi, mentre l'emigrazione di massa spingeva milioni di europei verso altri continenti. In questo contesto la conquista coloniale apparve come la soluzione ai problemi della modernità capitalistica. I governi, sostenuti dall'opinione pubblica nazionalista, lanciarono dunque una corsa frenetica al possesso di territori in Africa e in Asia. Si parla per questo di un imperialismo nuovo, diverso dal vecchio colonialismo mercantile dei secoli precedenti.

Cause e caratteri del nuovo imperialismo

Le cause dell'imperialismo furono molteplici e intrecciate, e per questo gli storici parlano di un fenomeno multifattoriale. Sul piano economico, la grande depressione del 1873-1896 spinse gli Stati a difendere le proprie industrie con dazi e a cercare mercati protetti nelle colonie, secondo la tesi che John A. Hobson e poi Lenin avrebbero teorizzato come fase suprema del capitalismo. Sul piano politico, il prestigio internazionale di una potenza si misurava ormai dal numero di possedimenti, e il darwinismo sociale forniva una giustificazione pseudoscientifica alla pretesa superiorità della razza bianca. Sul piano culturale, missionari, esploratori e geografi diffusero il mito della missione civilizzatrice, sintetizzato nell'espressione kiplinghiana "il fardello dell'uomo bianco". Sul piano militare, le ferrovie, le navi a vapore, il telegrafo, il fucile a ripetizione e la chinina contro la malaria resero possibile penetrare regioni prima inaccessibili. La Conferenza di Berlino del 1884-1885, voluta da Bismarck, fissò le regole della spartizione dell'Africa stabilendo il principio dell'occupazione effettiva. Da quel momento le potenze occuparono in pochi decenni un continente intero, riducendo gli stati africani indipendenti a Etiopia e Liberia.

Aree di espansione e conseguenze globali

La spartizione coinvolse contemporaneamente Africa, Asia e Pacifico, generando rivalità che avrebbero acceso le miccia della Grande Guerra. In Africa la Francia costruì un impero esteso dall'Algeria al Senegal fino al Madagascar, mentre la Gran Bretagna realizzò il progetto "dal Cairo al Capo" controllando Egitto, Sudan, Kenya, Rhodesia e Sudafrica dopo la durissima guerra contro i boeri del 1899-1902. Il Belgio, attraverso il re Leopoldo II, trasformò il Congo in una proprietà personale segnata da uno sfruttamento atroce della popolazione, con milioni di vittime documentate dalle inchieste internazionali. In Asia la Gran Bretagna consolidò il Raj indiano, mentre Francia e Olanda controllarono Indocina e Indonesia; la Cina, formalmente indipendente, fu però costretta a concedere porti, ferrovie e zone d'influenza alle potenze dopo le guerre dell'oppio e la rivolta dei Boxer del 1900. Sulla scena entrarono anche i due nuovi protagonisti extraeuropei: gli Stati Uniti, che con la guerra contro la Spagna del 1898 acquisirono Cuba, Portorico e Filippine, e il Giappone, che dopo le riforme Meiji sconfisse Cina e Russia tra il 1894 e il 1905. Le conseguenze furono enormi: economie locali piegate alla monocoltura, società tradizionali dissolte, ma anche la nascita di élite indigene istruite nelle scuole occidentali che avrebbero guidato i futuri movimenti di indipendenza nel Novecento.

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