L'età dell'imperialismo

SpiegazioneLiceo · 5ªstoria

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L'imperialismo è la stagione storica, compresa tra il 1870 e il 1914, in cui le grandi potenze europee, gli Stati Uniti e il Giappone si spartirono quasi tutto il pianeta, costruendo immensi imperi coloniali fondati su superiorità militare, interessi economici e ideologie di dominio.

Dal colonialismo all'imperialismo: una svolta epocale

Per secoli l'Europa aveva avuto colonie sparse nel mondo, dal Brasile portoghese alle Indie olandesi, ma si trattava soprattutto di scali commerciali e piantagioni gestite da compagnie private come la celebre Compagnia delle Indie Orientali. Nell'ultimo trentennio dell'Ottocento questa logica cambia radicalmente: gli Stati nazionali assumono direttamente il controllo politico e amministrativo di territori vastissimi, trasformandoli in vere e proprie province d'oltremare. Questa svolta prende il nome di imperialismo, parola che indica non solo il possesso di colonie, ma un progetto sistematico di espansione globale sostenuto da governi, parlamenti e opinione pubblica. La Francia della Terza Repubblica, ad esempio, conquista in pochi decenni l'Indocina, gran parte dell'Africa occidentale e il Madagascar, integrandoli nel proprio apparato statale. Anche la Gran Bretagna, già padrona dei mari, passa dalla gestione mercantile dell'India al governo diretto attraverso il Raj britannico, istituito formalmente nel 1858 dopo la rivolta dei Sepoy. La differenza con il vecchio colonialismo è dunque quantitativa, perché aumentano enormemente le superfici occupate, ma soprattutto qualitativa, perché lo Stato si fa imprenditore di conquista.

Le cause economiche: la seconda rivoluzione industriale

Fra il 1870 e il 1914 l'Europa attraversa la seconda rivoluzione industriale, fondata su acciaio, elettricità, chimica e motore a scoppio, settori che richiedono materie prime introvabili nel continente. Le fabbriche tedesche e inglesi hanno bisogno di rame per i cavi elettrici, di gomma per pneumatici e isolanti, di petrolio per i nuovi motori e di cotone per l'industria tessile in continua espansione. Le colonie diventano quindi serbatoi privilegiati di queste risorse, oltre che mercati protetti dove vendere prodotti finiti senza concorrenza, in un contesto di crisi di sovrapproduzione che colpisce l'Occidente dal 1873. Pensiamo alla gomma estratta nel Congo di Leopoldo II, ottenuta con violenze inaudite sui lavoratori indigeni, oppure ai diamanti e all'oro del Sudafrica, che attirano migliaia di coloni britannici e olandesi. Anche il capitale finanziario in eccesso cerca sbocchi: banche francesi e inglesi finanziano ferrovie in Egitto, canali in Centroamerica e prestiti a sovrani locali, ricavando interessi altissimi. L'economista britannico John Hobson, in un saggio del 1902, sosterrà proprio che l'imperialismo nasce dal bisogno del capitale di trovare investimenti redditizi all'estero.

Le cause politiche e strategiche

L'imperialismo non si spiega però soltanto con l'economia, perché ha radici profonde nella competizione tra Stati europei, soprattutto dopo l'unificazione tedesca del 1871 e la nascita di nuove potenze come l'Italia. Possedere colonie significava avere basi navali per la flotta da guerra, riserve di soldati indigeni da arruolare e prestigio internazionale agli occhi degli altri governi, in un'epoca dominata dal nazionalismo. La conferenza di Berlino del 1884-85, voluta dal cancelliere Otto von Bismarck, stabilisce le regole della cosiddetta spartizione dell'Africa: per essere riconosciuta proprietaria di un territorio, una potenza doveva occuparlo effettivamente, scatenando così una corsa frenetica all'occupazione. Un esempio quotidiano della logica strategica è la costruzione del canale di Suez, inaugurato nel 1869, che riduce di settimane il viaggio verso l'India e diventa subito un nodo geopolitico contesissimo. Quando nel 1882 la Gran Bretagna occupa militarmente l'Egitto, lo fa proprio per controllare quella via d'acqua vitale per i propri commerci con l'Asia. Anche l'Italia di Crispi insegue questa logica, tentando di costruire un impero in Africa orientale per affermarsi come grande potenza, con esiti spesso disastrosi come la sconfitta di Adua del 1896.

Le giustificazioni ideologiche e culturali

Per ottenere il consenso dell'opinione pubblica, l'imperialismo si dotò di un robusto apparato ideologico che mescolava scienza, religione e patriottismo in modo apparentemente coerente. Il darwinismo sociale, applicando in modo improprio le teorie di Charles Darwin alla società, affermava che le razze umane fossero in lotta tra loro e che le più forti avessero il diritto di dominare le altre, considerate inferiori. A questa teoria si affiancava la cosiddetta missione civilizzatrice, sintetizzata nel celebre poema di Rudyard Kipling Il fardello dell'uomo bianco del 1899, che presentava la colonizzazione come un dovere morale degli europei verso i popoli arretrati. Le Chiese cristiane, sia cattoliche sia protestanti, organizzarono massicce missioni evangelizzatrici in Africa e Asia, costruendo scuole, ospedali e seminari, spesso intrecciando opera spirituale e penetrazione politica. Un esempio concreto è l'attività del missionario ed esploratore David Livingstone, che percorse l'Africa centrale predicando il Vangelo e denunciando la tratta degli schiavi, ma aprendo di fatto la strada all'espansione britannica. Questa ideologia rendeva moralmente accettabili violenze enormi, perché travestite da progresso, e penetrò profondamente nei libri scolastici, nei romanzi d'avventura e perfino nei manifesti pubblicitari del sapone o del cacao.

La spartizione dell'Africa e dell'Asia

In appena trent'anni, tra il 1880 e il 1914, l'intero continente africano fu occupato dalle potenze europee, ad eccezione dell'Etiopia e della Liberia, in quella che gli storici chiamano scramble for Africa, ovvero la corsa all'Africa. La Gran Bretagna costruì un asse verticale che andava dal Cairo al Capo, sognato da Cecil Rhodes, mentre la Francia tracciava un asse orizzontale dal Senegal al Gibuti, generando attriti come l'incidente di Fashoda del 1898. Il Belgio del re Leopoldo II ottenne il bacino del Congo come proprietà personale, instaurandovi un regime di sfruttamento talmente crudele che le testimonianze internazionali costrinsero il sovrano a cederlo allo Stato belga nel 1908. In Asia la situazione era più articolata, perché esistevano antiche civiltà capaci di una qualche resistenza: la Cina fu costretta a concedere porti e zone d'influenza dopo le guerre dell'oppio, mentre l'India divenne il gioiello della Corona britannica. Il Giappone, dopo la modernizzazione Meiji iniziata nel 1868, divenne a sua volta una potenza imperialista, sconfiggendo la Cina nel 1895 e clamorosamente la Russia nel 1905. Negli stessi anni gli Stati Uniti, vincendo la guerra contro la Spagna del 1898, acquisirono Cuba, Portorico e le Filippine, affacciandosi pienamente sulla scena imperiale.

Le forme di dominio coloniale

Non tutte le colonie erano uguali e gli storici distinguono diverse forme di dominio, a seconda del grado di controllo esercitato dalla madrepatria e della presenza di coloni europei. Le colonie di popolamento, come l'Australia, la Nuova Zelanda o il Canada, vedevano l'arrivo di centinaia di migliaia di europei che si insediavano stabilmente, spesso a scapito delle popolazioni indigene quasi sterminate. Le colonie di sfruttamento, tipiche dell'Africa e di gran parte dell'Asia, mantenevano la popolazione locale ma la sottoponevano a lavoro forzato, tassazione pesante e produzione obbligatoria di materie prime per l'esportazione. Esistevano poi i protettorati, dove un sovrano locale conservava formalmente il trono ma era controllato da un residente europeo, come accadde in Tunisia con la Francia o in Egitto con la Gran Bretagna. Un caso particolare era quello dei dominions britannici, territori a popolamento bianco cui Londra concedeva una progressiva autonomia, fino a forme di autogoverno parlamentare. Questa varietà di strutture rivela che l'imperialismo non era un blocco unico, ma un sistema flessibile che si adattava alle condizioni locali, sempre però finalizzato al vantaggio della potenza dominante.

Le conseguenze sui popoli colonizzati

L'impatto della colonizzazione sulle società extraeuropee fu profondissimo e ambivalente, perché accanto a innovazioni tecnologiche oggettivamente importanti si accompagnarono violenze, sfruttamento e distruzione di interi assetti tradizionali. Gli europei costruirono ferrovie, porti, ospedali e scuole, introdussero la stampa e diffusero alcune conoscenze scientifiche, ma queste infrastrutture servivano soprattutto a estrarre risorse e a controllare i territori. Le economie locali furono ristrutturate in chiave monoculturale, costringendo intere regioni a produrre solo caffè, cacao, cotone o caucciù per il mercato europeo, con la conseguente scomparsa delle agricolture di sussistenza e periodiche carestie. La resistenza dei popoli colonizzati assunse forme diverse: rivolte armate come quella dei Boxer in Cina nel 1900, ribellioni locali soffocate nel sangue, ma anche la nascita lenta di movimenti nazionalisti destinati a esplodere nel Novecento. Pensiamo al giovane Gandhi, che proprio in Sudafrica tra fine Ottocento e inizio Novecento elaborò le sue prime forme di resistenza non violenta contro le discriminazioni britanniche. Le frontiere arbitrarie tracciate dagli europei con righello e matita, ignorando etnie, lingue e religioni, lasceranno inoltre eredità conflittuali ancora oggi visibili nelle guerre africane e mediorientali contemporanee.

Verso la prima guerra mondiale

L'età dell'imperialismo si chiude con la prima guerra mondiale, perché molte delle rivalità coloniali maturate tra fine Ottocento e inizio Novecento confluiscono nelle tensioni che porteranno al conflitto del 1914. Le crisi marocchine del 1905 e del 1911, in cui Germania e Francia si scontrarono per il controllo del sultanato, mostrarono quanto fosse esplosivo il braccio di ferro tra le potenze sui territori extraeuropei. Anche nei Balcani, dove l'impero ottomano si sgretolava progressivamente, si intrecciavano interessi imperialisti austro-ungarici, russi e italiani, in una zona giustamente definita polveriera d'Europa. L'attentato di Sarajevo del giugno 1914, scintilla del conflitto, va letto anche come effetto della politica imperialista austriaca verso la Bosnia annessa nel 1908. La rivalità anglo-tedesca, espressa nella corsa agli armamenti navali tra le flotte di Sua Maestà e quella del Kaiser Guglielmo II, è essa stessa figlia della competizione imperiale per i mari del mondo. Senza comprendere l'imperialismo, dunque, non si capisce perché un attentato in una città bosniaca abbia potuto trascinare l'intero pianeta in una guerra totale, segnando la fine del lungo Ottocento.

Ricorda

Piccolo esercizio di verifica da svolgere sul quaderno: scegli una potenza coloniale (a tua scelta tra Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Italia, Giappone o Stati Uniti) e scrivi un paragrafo di circa quindici righe in cui spieghi quali furono i suoi principali territori coloniali, le motivazioni della sua espansione e un episodio significativo (positivo o negativo) della sua azione imperialista. Aggiungi infine due aggettivi che, secondo te, descrivono meglio l'eredità storica di quella esperienza coloniale, motivando brevemente la tua scelta.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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