La Restaurazione e i moti risorgimentali

SpiegazioneLiceo · 4ªstoria

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Dopo la tempesta napoleonica, l'Europa cercò di tornare all'ordine antico, ma i semi della libertà e della nazione germogliarono ovunque, dando vita a una stagione di congiure, barricate e sogni che cambiò per sempre l'Italia.

Introduzione: un'Europa che vuole dimenticare

Immagina di vivere a Vienna nell'autunno del 1814: per le strade della capitale asburgica passeggiano imperatori, re, principi e diplomatici giunti da ogni angolo del continente per riscrivere la carta geografica europea. È il famoso Congresso di Vienna, un'assemblea che durò quasi un anno e che, tra balli sontuosi e cene interminabili, decise il destino di milioni di persone. I sovrani europei volevano cancellare venticinque anni di Rivoluzione francese e di dominazione napoleonica, come se si potesse semplicemente premere un tasto e tornare al 1789. Ma le idee di libertà, uguaglianza e appartenenza nazionale, una volta diffuse, non si possono richiudere nel cassetto. Da questo tentativo di restaurare il passato nacque, paradossalmente, la grande stagione delle insurrezioni che, decennio dopo decennio, avrebbe condotto all'unità d'Italia.

Il Congresso di Vienna e i suoi principi

Il Congresso di Vienna, presieduto dal cancelliere austriaco Klemens von Metternich, si fondò su tre principi guida che dobbiamo conoscere a fondo per capire l'intero Ottocento. Il primo è il principio di legittimità, sostenuto soprattutto dal diplomatico francese Talleyrand: i troni dovevano tornare alle dinastie regnanti prima del 1789, considerate le uniche detentrici di un potere legittimo perché di origine divina o storica. Il secondo è il principio di equilibrio, secondo cui nessuna potenza doveva prevalere sulle altre, per evitare nuove guerre come quelle napoleoniche. Il terzo è il principio di solidarietà tra i sovrani, formalizzato nella Santa Alleanza voluta dallo zar Alessandro I, che impegnava i regnanti a sostenersi reciprocamente contro ogni minaccia rivoluzionaria. In pratica, però, l'equilibrio fu spesso sacrificato agli interessi delle grandi potenze, soprattutto dell'Austria, che ottenne il controllo diretto del Lombardo-Veneto e un'enorme influenza sugli altri stati italiani. Pensiamo a un esempio concreto: il Regno di Sardegna ricevette in dono Genova, una città fiera della propria tradizione repubblicana millenaria, suscitando rabbia e umiliazione tra i genovesi. Allo stesso modo, in Toscana tornarono i Lorena, a Modena gli Este, a Parma una Maria Luigia d'Asburgo, mentre nel Sud i Borbone reinsediarono un sistema che molti consideravano ormai superato.

L'Italia restaurata: una geografia di piccoli stati

L'Italia uscita dal Congresso di Vienna era spezzata in sette stati principali, ciascuno con le proprie leggi, monete, dogane e perfino unità di misura, una situazione che rendeva difficile sia il commercio sia la circolazione delle idee. Il Regno di Sardegna, con capitale Torino, comprendeva Piemonte, Liguria, Savoia e Sardegna; il Lombardo-Veneto era sotto dominio diretto austriaco; i ducati di Parma, Modena e Toscana erano governati da principi imparentati con gli Asburgo; lo Stato Pontificio occupava l'Italia centrale; il Regno delle Due Sicilie, retto dai Borbone, comprendeva il Mezzogiorno e l'isola siciliana. Per capire quanto fosse assurda la frammentazione, basti pensare che un mercante che volesse spedire stoffe da Milano a Napoli doveva pagare dazi in cinque o sei confini diversi, con perdite di tempo e denaro enormi. Un altro esempio quotidiano riguarda la giustizia: un reato commesso a Bologna era giudicato secondo le leggi dello Stato Pontificio, mentre lo stesso reato compiuto poche miglia più in là, a Modena, ricadeva sotto un codice diverso, spesso ispirato al rigore austriaco. Questa situazione alimentò il desiderio di unificazione tra commercianti, intellettuali e professionisti, che vedevano nelle barriere un ostacolo concreto al progresso economico e culturale.

Le società segrete: cospirare nel silenzio

Poiché la libertà di stampa e di associazione era proibita quasi ovunque, chi voleva cambiare le cose era costretto a organizzarsi in società segrete, vere e proprie organizzazioni clandestine con riti di iniziazione, gerarchie e simboli misteriosi. La più famosa fu la Carboneria, diffusasi soprattutto nell'Italia meridionale e ispirata in parte alla massoneria, con i suoi gradi di apprendista, maestro e gran maestro e con un linguaggio simbolico ispirato al lavoro del carbone nei boschi. Accanto alla Carboneria fiorirono i Federati in Piemonte, l'Adelfia, la Filadelfia e molte altre, ognuna con programmi più o meno radicali, dalla semplice richiesta di una costituzione fino all'aspirazione repubblicana e unitaria. L'iniziazione comprendeva giuramenti solenni, parole d'ordine e segni di riconoscimento che servivano a proteggere gli affiliati dalle spie della polizia, sempre infiltrate ovunque. Un esempio concreto del clima di sospetto: a Napoli, un giovane avvocato carbonaro poteva riconoscere un fratello affiliato attraverso una stretta di mano particolare e una frase convenzionale sussurrata in pubblico. Un altro esempio: in Lombardia, anche tenere in casa un libro proibito come quelli di Foscolo poteva costare l'arresto e l'esilio nelle famigerate prigioni dello Spielberg, dove finì Silvio Pellico, autore poi del celebre memoriale Le mie prigioni.

I moti del 1820-21: la prima ondata

La prima grande ondata insurrezionale partì dalla Spagna nel gennaio 1820, quando l'esercito si ribellò ottenendo dal re Ferdinando VII la concessione della costituzione di Cadice del 1812, un testo molto liberale che divenne il modello di tutti i moti successivi. In Italia, il contagio rivoluzionario raggiunse prima Napoli nel luglio 1820: il generale Guglielmo Pepe guidò un'insurrezione che costrinse Ferdinando I di Borbone a giurare la costituzione, ma il sovrano, recatosi al congresso di Lubiana, ottenne dagli austriaci un intervento armato che soffocò la rivolta nel marzo 1821. Pochi giorni dopo toccò al Piemonte: ufficiali liberali come Santorre di Santarosa convinsero il giovane principe Carlo Alberto a sostenere la causa costituzionale, sperando in una guerra contro l'Austria che liberasse la Lombardia. Il re Vittorio Emanuele I abdicò, Carlo Alberto fu reggente per pochi giorni, ma il nuovo sovrano Carlo Felice rifiutò ogni concessione e chiamò gli austriaci, che vinsero la battaglia di Novara dell'aprile 1821. Un esempio concreto delle conseguenze: Santorre di Santarosa fu costretto all'esilio e morì combattendo per l'indipendenza della Grecia nel 1825, simbolo di una generazione di patrioti pronti a sacrificare la vita per la libertà. Un secondo esempio: in Sicilia, accanto alla richiesta costituzionale, esplose anche la rivendicazione di un'autonomia regionale, mostrando quanto fosse complesso il quadro politico del Mezzogiorno.

I moti del 1830-31: una seconda speranza

La rivoluzione parigina del luglio 1830, che cacciò Carlo X di Borbone e portò sul trono Luigi Filippo d'Orléans con una monarchia costituzionale, riaccese le speranze dei patrioti italiani. Nel febbraio 1831, sotto la guida di Ciro Menotti, scoppiarono insurrezioni a Modena, Parma e nelle Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, dove fu proclamato un governo provvisorio delle Province Unite Italiane. I cospiratori speravano nell'aiuto della Francia, che però, con la celebre formula del ministro Casimir Périer, dichiarò il principio del «non intervento»: né Parigi sarebbe intervenuta in soccorso, né le altre potenze dovevano farlo. L'Austria, naturalmente, ignorò questo principio e mandò le sue truppe a reprimere i moti, che si esaurirono nel giro di poche settimane. Ciro Menotti fu impiccato a Modena per ordine del duca Francesco IV, che lo aveva inizialmente sostenuto per poi tradirlo nel modo più crudele. Un esempio quotidiano del fallimento: nelle Legazioni, intere famiglie borghesi che avevano festeggiato in piazza la caduta del potere papale si trovarono pochi giorni dopo a dover fuggire all'estero, lasciando case, botteghe e affetti. Un altro esempio significativo: il giovane Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III, partecipò ai moti italiani perdendo il fratello, episodio che segnò la sua vita politica.

Le tre anime del Risorgimento: Mazzini, Gioberti, Cattaneo

Dopo il fallimento dei moti del 1831, i patrioti capirono che le società segrete avevano fatto il loro tempo e che serviva un progetto politico chiaro e diffuso. Nel 1831 Giuseppe Mazzini, esule a Marsiglia, fondò la Giovine Italia, un'associazione patriottica con un programma esplicito: fare dell'Italia una nazione una, indipendente, libera, repubblicana e democratica attraverso l'insurrezione popolare. Il pensiero mazziniano si fondava sull'idea che ogni popolo avesse una missione divina da compiere nella storia e che la rivoluzione dovesse essere educatrice oltre che politica, formando cittadini consapevoli dei propri doveri prima ancora che dei propri diritti. Accanto a Mazzini si svilupparono altre correnti: il neoguelfismo dell'abate Vincenzo Gioberti, che nel suo Del primato morale e civile degli italiani del 1843 propose una federazione di stati italiani presieduta dal papa; e il federalismo repubblicano di Carlo Cattaneo, ispirato al modello svizzero e statunitense. Un esempio concreto della differenza tra queste posizioni: di fronte al problema della guerra contro l'Austria, Mazzini puntava sull'insurrezione popolare, Gioberti su un'iniziativa diplomatica del papa, Cattaneo su una mobilitazione delle élite cittadine lombarde. Un altro esempio interessante: il liberale moderato Cesare Balbo, nel suo Delle speranze d'Italia del 1844, indicava nella casa Savoia la guida naturale di un movimento di indipendenza, anticipando di fatto il ruolo che il Piemonte avrebbe avuto pochi anni dopo.

Il 1848: la primavera dei popoli e la Prima guerra d'indipendenza

Il 1848 fu l'anno della grande esplosione rivoluzionaria europea: dalla Francia alla Germania, dall'Impero austriaco all'Italia, ovunque i popoli scesero in piazza chiedendo costituzioni, libertà di stampa e diritti politici. In Italia, già a gennaio Palermo si sollevò contro i Borbone, ottenendo una costituzione che fu poi concessa, per ondate successive, anche a Napoli, in Toscana, nello Stato Pontificio e in Piemonte, dove Carlo Alberto promulgò il celebre Statuto Albertino il 4 marzo 1848. A marzo Milano insorse nelle famose Cinque Giornate, costringendo il feldmaresciallo Radetzky a ritirarsi, mentre Venezia, guidata da Daniele Manin, proclamò la repubblica di San Marco. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria iniziando la Prima guerra d'indipendenza, che però si concluse disastrosamente con le sconfitte di Custoza nel luglio 1848 e di Novara nel marzo 1849, dopo le quali il re abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Nel frattempo a Roma, fuggito papa Pio IX, fu proclamata la Repubblica Romana, guidata dal triumvirato composto da Mazzini, Saffi e Armellini e difesa militarmente da Giuseppe Garibaldi contro le truppe francesi inviate da Luigi Napoleone. Un esempio quotidiano dell'eroismo del 1848: a Milano, durante le Cinque Giornate, donne e bambini portavano sui tetti tegole e mobili da scaricare sui soldati austriaci, mentre studenti universitari e operai combattevano fianco a fianco dietro le barricate. Un altro esempio toccante: la difesa di Venezia, durata fino all'agosto 1849, vide i cittadini resistere mesi al bombardamento e al colera, in un assedio che rimane uno dei momenti più alti del Risorgimento.

Ricorda

Piccolo esercizio di verifica da svolgere sul quaderno: costruisci una linea del tempo verticale dal 1814 al 1849 collocando in ordine cronologico almeno otto eventi tra quelli citati nella spiegazione; per ciascun evento indica in due righe il protagonista principale, il luogo e l'esito politico, distinguendo con due colori diversi i moti repressi e le conquiste costituzionali ottenute. Confronta poi il risultato con quello di un compagno per individuare eventuali lacune o errori.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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