Carlo Goldoni trasformò il teatro italiano del Settecento sostituendo le maschere fisse e l'improvvisazione della Commedia dell'Arte con copioni scritti integralmente e personaggi realistici, ispirati alla vita quotidiana della borghesia veneziana.
Il contesto: la Commedia dell'Arte prima della riforma
Per capire la portata della riforma goldoniana, occorre immaginare il teatro italiano della prima metà del Settecento, dominato da quasi due secoli di Commedia dell'Arte. In questa tradizione, gli attori non recitavano un testo memorizzato, ma improvvisavano sulla base di un canovaccio, cioè una traccia che indicava solo le entrate, le uscite e i punti salienti dell'azione. Ogni attore interpretava sempre lo stesso personaggio fisso, riconoscibile dalla maschera e dal costume: Arlecchino il servo astuto e affamato, Pantalone il vecchio mercante avaro, il Dottor Balanzone il pedante bolognese. Il pubblico rideva grazie a battute ripetute, lazzi acrobatici, equivoci e doppi sensi, ma la qualità del testo dipendeva interamente dalla bravura del singolo capocomico. Pensa a una partita di calcetto in oratorio: i ruoli sono chiari, ma ogni partita finisce diversamente perché nessuno segue uno schema scritto. Goldoni, da spettatore attento, percepì che questa formula stava diventando ripetitiva, volgare e incapace di parlare al pubblico borghese che frequentava i nuovi teatri pubblici veneziani.
La biografia al servizio della scena
Carlo Goldoni nacque a Venezia nel 1707 e morì a Parigi nel 1793, attraversando un secolo di profonde trasformazioni culturali. La sua formazione non fu quella di un letterato di corte: studiò legge a Pavia, esercitò l'avvocatura a Pisa e a Venezia, e questa lunga frequentazione dei tribunali gli insegnò a osservare gli uomini, le loro debolezze, i loro tic linguistici. Quando rinunciò definitivamente alla carriera forense per dedicarsi al teatro, portò con sé uno sguardo concreto, quasi sociologico, sulla realtà cittadina. Lavorò come autore stabile per le compagnie del teatro Sant'Angelo e poi del San Luca a Venezia, scrivendo a ritmo industriale: nella sola stagione 1750-1751 si impegnò a comporre sedici commedie nuove, una sfida che vinse e che dimostrò la sua straordinaria capacità produttiva. Nel 1762, deluso dalla polemica con il rivale Carlo Gozzi e dai mutati gusti del pubblico veneziano, accettò un incarico alla Comédie-Italienne di Parigi, dove trascorse gli ultimi trent'anni di vita scrivendo anche in francese. L'esperienza diretta del mestiere teatrale, vissuto dall'interno, spiega perché la sua riforma sia stata graduale, pratica e rispettosa delle esigenze degli attori.
I principi della riforma: dal canovaccio al copione
Il cuore della riforma goldoniana consiste nel passaggio dall'improvvisazione al testo scritto: l'autore consegna agli attori un copione integrale, parola per parola, anche per le battute dei servi. Questa scelta, oggi ovvia, all'epoca fu rivoluzionaria perché toglieva potere ai capocomici e lo restituiva al drammaturgo, responsabile della coerenza dell'opera. Il secondo principio è l'abolizione progressiva delle maschere: i personaggi non sono più tipi astratti e immutabili, ma individui psicologicamente sfumati, con un nome proprio, una storia personale, contraddizioni interiori. Il terzo principio è il realismo dei contenuti: non più storie di re, principesse rapite o agnizioni inverosimili, bensì vicende tratte dalla vita quotidiana di mercanti, locandiere, gondolieri, servi e padroni. Goldoni stesso, nella prefazione all'edizione Bettinelli del 1750, dichiarò di avere due maestri: il Mondo e il Teatro, intendendo che la sua materia veniva dall'osservazione della società e che la sua tecnica veniva dalla pratica scenica. Un esempio concreto: se la Commedia dell'Arte mostrava un generico padrone avaro, Goldoni nella Locandiera mostra Mirandolina, una donna concreta che gestisce un'azienda, fa i conti, gestisce i clienti maleducati con una furbizia che chiunque abbia lavorato dietro un bancone riconosce.
Le opere principali e i temi
Il catalogo goldoniano supera le centocinquanta commedie, ma alcuni titoli sono diventati pilastri del repertorio italiano e meritano una conoscenza diretta. La locandiera (1753) racconta di Mirandolina, padrona di una locanda fiorentina, che fa innamorare di sé il misogino Cavaliere di Ripafratta per dimostrare la superiorità femminile, ma poi sceglie di sposare il servo Fabrizio per rispetto della volontà paterna e per prudenza sociale. I rusteghi (1760), scritta in dialetto veneziano, mette in scena quattro mercanti rozzi e patriarcali che vogliono combinare il matrimonio dei figli senza farli nemmeno incontrare, finché le mogli e i giovani non rivendicano il diritto al sentimento. Sior Todero brontolon (1762) ritrae un vecchio mercante avaro e tirannico che tiranneggia la famiglia, finché la nuora Marcolina non gli si oppone con argomenti razionali. Le baruffe chiozzotte (1762) è un capolavoro di teatro corale: ambientato fra i pescatori di Chioggia, mostra litigi di donne sulla riva del porto con un realismo linguistico che anticipa il verismo di fine Ottocento. Pensa, per analogia, a una serie televisiva ambientata in un condominio popolare: ciò che conta non è la trama eclatante, ma la verità dei caratteri e la freschezza dei dialoghi.
La lingua, la polemica con Gozzi e l'eredità
Un aspetto meno noto ma decisivo della riforma riguarda la lingua: Goldoni utilizza un italiano medio, comprensibile, vicino al parlato, e in molte opere fa parlare i personaggi in dialetto veneziano, ottenendo un effetto di verità che la lingua letteraria toscana non avrebbe permesso. Questa scelta gli attirò critiche feroci da parte di Carlo Gozzi, aristocratico veneziano che difendeva le maschere tradizionali e accusava Goldoni di volgarità, di disprezzo per la nobiltà e di mancanza di poesia. Gozzi rispose con le sue Fiabe teatrali, come L'amore delle tre melarance e Turandot, recuperando il fantastico e la maschera in chiave nostalgica e polemica. La querelle fra i due, lunga e accesa, contribuì paradossalmente alla diffusione delle idee goldoniane, perché costrinse il pubblico a schierarsi e a discutere di teatro come questione culturale. L'eredità di Goldoni è enorme: senza la sua riforma non avremmo avuto il teatro borghese ottocentesco, il dramma realista di Ibsen e Čechov nelle sue versioni italiane, né la commedia all'italiana del cinema novecentesco. Quando oggi ridiamo davanti a una sit-com ben scritta, dove i personaggi sembrano persone vere alle prese con problemi riconoscibili, stiamo godendo di un'invenzione che ha radici nel Settecento veneziano.
Ricorda
I punti chiave della riforma goldoniana sono cinque: il passaggio dal canovaccio al copione scritto integralmente; l'abolizione progressiva delle maschere fisse a favore di personaggi individualizzati; il realismo borghese dei contenuti, attinti dal Mondo; la varietà linguistica, con uso strategico del dialetto veneziano; la concezione del teatro come specchio educativo della società, non come puro divertimento. Esercizio di verifica attivo da svolgere sul quaderno: scegli una situazione della tua giornata (per esempio una discussione in mensa, una telefonata in famiglia, una scena al supermercato) e prova a trasformarla in una breve scena teatrale di otto-dieci battute, applicando i principi goldoniani. Scrivi tutte le battute parola per parola senza lasciare spazi all'improvvisazione, dai a ogni personaggio un nome proprio e non una maschera, fai parlare i personaggi come parlano davvero le persone reali e non in modo libresco. Al termine, sottolinea in rosso le tre scelte stilistiche che mostrano la differenza più evidente rispetto a un canovaccio della Commedia dell'Arte. Confronta poi il risultato con un compagno e discutete quale dei due testi sarebbe risultato più convincente al pubblico borghese del Settecento veneziano.