L'esistenzialismo è la corrente filosofica del Novecento che pone al centro l'esistenza concreta dell'uomo, gettato nel mondo e chiamato a scegliere il senso del proprio essere.
Dopo la grande fiducia ottocentesca nel progresso e nei sistemi razionali, il Novecento si apre con due guerre mondiali, totalitarismi e crisi economiche che scuotono la coscienza europea. In questo clima nasce l'esistenzialismo, una corrente che non vuole più costruire grandi sistemi astratti, ma interrogare la vita quotidiana dell'individuo. I suoi temi ricorrenti sono l'angoscia, la libertà, la morte, la scelta, la responsabilità e l'autenticità. Le radici affondano in Kierkegaard, che già nell'Ottocento aveva contrapposto l'esistenza singola del credente alla totalità impersonale di Hegel. Nel Novecento la corrente si sviluppa in Germania con Heidegger e Jaspers, e in Francia con Sartre, Marcel e Camus. Pur con accenti diversi, tutti questi pensatori condividono l'idea che l'uomo non sia una cosa già fatta, ma un progetto sempre da realizzare.
L'esistenzialismo come clima filosofico del Novecento
L'esistenzialismo non è una scuola unitaria, ma piuttosto un'atmosfera condivisa da pensatori, scrittori e artisti del Novecento. Il suo punto di partenza è la distinzione tra essenza ed esistenza: nelle cose la natura precede l'essere concreto, mentre nell'uomo accade il contrario, perché prima esistiamo e poi ci costruiamo. Da qui deriva la centralità della libertà, intesa non come comodità ma come peso enorme da portare, perché ogni scelta ridisegna chi siamo. Accanto alla libertà compaiono categorie tipicamente esistenziali come l'angoscia, la noia, la nausea, la cura, che descrivono il modo in cui ci sentiamo immersi nel mondo. Si distinguono solitamente un esistenzialismo religioso, che nella scelta cerca un'apertura verso Dio, e uno ateo, che accetta l'assenza di fondamento come destino umano. Il linguaggio diventa concreto, narrativo, vicino alla letteratura, e per questo molti testi esistenzialisti hanno la forma di romanzi, diari, opere teatrali.
Heidegger e l'analitica dell'esserci
In Essere e tempo del 1927 Martin Heidegger riapre la domanda fondamentale: che cosa significa propriamente essere? Egli sostiene che la tradizione metafisica ha dimenticato questa domanda, scambiando l'essere con l'ente, cioè con le cose particolari di cui possiamo parlare. Per riprendere il problema parte dall'unico ente che si interroga sul proprio essere, l'uomo, che chiama Dasein, cioè esserci, perché è sempre situato in un mondo. L'esserci è essere-nel-mondo: non un soggetto chiuso che osserva oggetti, ma una rete di rapporti pratici con cose, persone, possibilità, in cui usiamo, parliamo, ci preoccupiamo. Heidegger distingue due modi fondamentali dell'esistenza: l'inautenticità, in cui ci lasciamo guidare dal Si impersonale, da ciò che si dice e si fa, e l'autenticità, in cui assumiamo in prima persona il nostro destino. L'angoscia rivela il nulla che ci avvolge e ci pone davanti al nostro essere-per-la-morte, comprendendo il quale l'esserci può progettarsi in modo proprio dentro il tempo, vera dimensione del suo essere.
Ricorda
- L'esistenzialismo mette al centro l'esistenza concreta dell'individuo, la libertà come responsabilità e categorie come angoscia, scelta e autenticità.
- Heidegger in Essere e tempo riprende la domanda sull'essere a partire dall'esserci, cioè dall'uomo come essere-nel-mondo, e contrappone vita inautentica e vita autentica.
- L'essere-per-la-morte e la temporalità non sono temi tristi ma condizioni che permettono all'esserci di vivere in modo proprio e progettuale.
Esercizio attivo sul quaderno: traccia una tabella con due colonne, esistenza inautentica ed esistenza autentica, e inserisci in ciascuna almeno tre caratteristiche tratte dal testo, aggiungendo una breve frase in cui spieghi perché secondo Heidegger l'angoscia favorisce il passaggio dalla prima alla seconda.