L'esistenzialismo e Heidegger

SpiegazioneLiceo · 5ªfilosofia

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Stesso argomento, tre livelli: Sintetica (più breve), Standard, Estesa (più completa).

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Introduzione: la filosofia che parte dalla vita

L'esistenzialismo non si chiede che cosa sia l'uomo in astratto, ma come ciascuno di noi vive concretamente la propria esistenza, gettato in un mondo che non ha scelto.

Immagina di svegliarti una mattina e di renderti conto, all'improvviso, che la tua vita non è un copione già scritto: nessuno ti ha consegnato un manuale di istruzioni. Questa sensazione, fatta di libertà e insieme di vertigine, è il punto di partenza di una delle correnti più importanti del Novecento. L'esistenzialismo nasce tra le due guerre mondiali, quando il crollo delle certezze ottocentesche costringe i filosofi a ripensare radicalmente il senso dell'esistere. Pensatori come Heidegger, Jaspers, Sartre e Marcel non parlano più di sistemi metafisici astratti, ma di angoscia, scelta, finitudine, autenticità. Vogliono raggiungere la vita prima che la scienza la riduca a oggetto misurabile, prima che le abitudini la rendano invisibile a noi stessi. Per questo la loro filosofia parla ancora oggi a chi cerca di capire chi è davvero, oltre i ruoli sociali e le aspettative altrui.

Il contesto storico e culturale

L'esistenzialismo non spunta dal nulla: è figlio di un'epoca segnata dalla Prima guerra mondiale, dalla crisi economica del 1929 e dall'avanzata dei totalitarismi in Europa. Gli intellettuali avvertono che le grandi narrazioni dell'Ottocento, dal positivismo all'idealismo hegeliano, non sono più in grado di spiegare la fragilità dell'uomo contemporaneo. La fede nel progresso lineare si infrange contro le trincee, contro la disoccupazione di massa, contro l'esperienza della catastrofe collettiva e personale. In questo clima riemergono autori ottocenteschi prima trascurati, come Kierkegaard e Nietzsche, che avevano già denunciato l'astrattezza dei sistemi e la centralità del singolo. Un esempio concreto è la diffusione, negli anni Venti e Trenta, di romanzi come quelli di Kafka, in cui i protagonisti si sentono accusati senza sapere di che cosa: lo stesso senso di estraneità che i filosofi cercano di concettualizzare. Un altro esempio è il successo, dopo la Seconda guerra mondiale, dei caffè parigini di Saint-Germain-des-Prés, dove Sartre e Beauvoir trasformano l'esistenzialismo in un fenomeno di costume, segno che le persone comuni cercavano risposte ai loro smarrimenti.

I temi fondamentali dell'esistenzialismo

Nonostante le differenze tra i suoi autori, l'esistenzialismo condivide un nucleo di temi riconoscibili che ne fanno una vera famiglia filosofica. Al centro c'è la categoria di esistenza, intesa non come semplice essere-presenti, ma come progetto, possibilità, scelta continua di sé. Da qui derivano la finitudine, cioè la consapevolezza di essere mortali e limitati, la responsabilità individuale, l'angoscia di fronte al nulla e l'esigenza di un'esistenza autentica. Pensiamo a uno studente di quinta superiore che deve scegliere l'università: nessun test attitudinale può decidere al posto suo, perché in gioco non c'è un'informazione, ma chi vuole diventare. Oppure pensiamo a chi, dopo un lutto, scopre che molte preoccupazioni quotidiane erano superficiali: l'incontro con la morte rivela ciò che conta davvero. In entrambi i casi la filosofia esistenzialista offre strumenti per nominare queste esperienze, anziché lasciarle scivolare via inavvertite.

Heidegger e la domanda sull'essere

Martin Heidegger (1889-1976) è la figura più influente di questa stagione, anche se egli stesso rifiutava l'etichetta di esistenzialista, perché considerava la propria ricerca una vera e propria ontologia. Nella sua opera maggiore, Essere e tempo del 1927, parte da una constatazione semplice e spiazzante: i filosofi hanno parlato per secoli degli enti, cioè delle cose che sono, ma hanno dimenticato di interrogarsi sull'essere stesso, cioè su che cosa significhi essere. Per riaprire questa domanda decide di analizzare quell'ente particolare che ha un rapporto comprensivo con il proprio essere: l'uomo, che chiama Dasein, letteralmente «esser-ci». Un esempio quotidiano aiuta a capire la sua mossa: una pietra è semplicemente lì, indifferente, mentre noi ci chiediamo come stiamo, che cosa siamo, dove andiamo. Un altro esempio: quando un amico ti domanda «come va?», la domanda ha senso perché tu sei un ente capace di interrogarsi sul proprio esistere, cosa che il tuo zaino sul banco non potrà mai fare.

L'analitica esistenziale: essere-nel-mondo, cura, essere-per-la-morte

Heidegger descrive le strutture fondamentali del Dasein attraverso una serie di concetti che chiama esistenziali, da non confondere con semplici qualità psicologiche. La prima struttura è l'essere-nel-mondo: non siamo soggetti chiusi in noi stessi che poi incontrano un mondo esterno, ma siamo sempre già immersi in un contesto di significati, strumenti, relazioni. La seconda è la cura, in tedesco Sorge, che indica il fatto che l'esistenza non è mai neutra: ci stanno a cuore le cose, le persone, il futuro. Un esempio concreto: quando entri in un'aula, non vedi prima legno, ferro e plastica e poi decidi che si tratta di banchi, ma cogli immediatamente uno spazio per studiare, con i suoi compagni e i suoi rituali. Un altro esempio: anche quando dici «non me ne importa niente», stai comunque manifestando una forma di cura, perché ti stai posizionando rispetto a ciò che ti circonda. Infine, l'essere-per-la-morte indica che il Dasein è autenticamente sé stesso solo quando assume la propria mortalità come orizzonte ineliminabile delle proprie scelte.

Esistenza autentica e inautentica: il «Si» impersonale

Uno dei contributi più suggestivi di Heidegger è la distinzione tra esistenza autentica ed esistenza inautentica, che non ha valore moralistico ma descrittivo. Nella vita quotidiana tendiamo a vivere secondo il «Si» impersonale, in tedesco das Man: si dice, si fa, si pensa così, e in questo modo deleghiamo ad altri le nostre scelte fondamentali. L'esistenza inautentica non è cattiva, è anzi necessaria e rassicurante, ma rischia di farci dimenticare la nostra singolarità insostituibile. Un esempio concreto è lo scrolling infinito sui social: guardiamo ciò che guardano tutti, desideriamo ciò che desiderano tutti, e a fine giornata ci sentiamo svuotati senza sapere perché. Un altro esempio è la scelta del lavoro fatta solo perché «si fa così in famiglia»: una decisione importante presa in modalità impersonale, senza vera appropriazione. L'angoscia, secondo Heidegger, è la tonalità affettiva che spezza questa anestesia, perché ci mette davanti al nulla e ci restituisce la responsabilità di esistere in prima persona.

Le diverse anime dell'esistenzialismo: ateo, religioso, dialogico

Dopo Heidegger, l'esistenzialismo si diffonde e si differenzia in correnti diverse, che condividono il vocabolario ma si distinguono per gli esiti. Jean-Paul Sartre sviluppa un esistenzialismo ateo, sintetizzato nella celebre formula «l'esistenza precede l'essenza»: l'uomo non ha una natura predefinita, è un progetto che si costruisce attraverso le proprie scelte, condannato alla libertà. Karl Jaspers e Gabriel Marcel, al contrario, danno vita a un esistenzialismo religioso, in cui l'angoscia e il limite aprono lo spazio per un'apertura alla trascendenza, all'ineffabile, al mistero. Un esempio concreto della prospettiva sartriana è il personaggio che, di fronte a un'ingiustizia, scopre di non poter scaricare la responsabilità su Dio, sul destino o sulla società: deve decidere lui. Un esempio della prospettiva religiosa è invece l'esperienza descritta da Marcel del dono fedele tra due persone, in cui si intuisce un senso che eccede il calcolo razionale. Esiste poi un'anima dialogica, rappresentata da Martin Buber, che insiste sulla relazione io-tu come luogo originario in cui ciascuno diventa veramente sé stesso.

Eredità e attualità: perché studiarlo oggi

L'esistenzialismo ha influenzato non solo la filosofia, ma anche la letteratura, il cinema, la psicologia e la teologia del Novecento, e i suoi temi continuano a riemergere ogni volta che la vita ci mette davanti a scelte radicali. Pensatori come Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas e Paul Ricoeur dialogano in modi diversi con la lezione heideggeriana, anche per criticarla, soprattutto alla luce delle compromissioni politiche dell'autore con il nazismo, una pagina dolorosa che impone di leggerlo con spirito critico. La sua attualità sta nel fatto che molte sfide contemporanee, dalla crisi climatica alle intelligenze artificiali, ci chiedono di ripensare che cosa significhi essere umani in un mondo finito. Un esempio concreto: il dibattito etico sull'uso dei chatbot per scrivere temi mostra che il problema vero non è tecnico, ma riguarda l'autenticità del nostro pensiero. Un altro esempio: la sensibilità ecologica può essere riletta come una nuova forma di cura del mondo, in senso heideggeriano, contro l'idea che la natura sia solo un magazzino di risorse. Studiare l'esistenzialismo significa quindi acquisire un vocabolario raffinato per nominare la propria esistenza e prenderla davvero in mano.

Ricorda

Piccolo esercizio di verifica

  1. Spiega con parole tue perché Heidegger chiama l'uomo Dasein e non semplicemente «soggetto» o «coscienza», collegando la risposta alla domanda sull'essere.
  2. Descrivi una situazione della tua vita quotidiana in cui ti sembra di agire secondo il «Si» impersonale e immagina come potrebbe trasformarsi in una scelta autentica.
  3. Confronta in cinque righe la posizione di Sartre («l'esistenza precede l'essenza») con quella di un esistenzialista religioso come Jaspers o Marcel, evidenziando un punto in comune e una differenza.

Riferimento curricolare

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