L'empirismo è la corrente filosofica che afferma come ogni nostra conoscenza derivi dall'esperienza sensibile. Locke e Hume ne sono i due massimi rappresentanti nel pensiero inglese tra Seicento e Settecento.
L'empirismo nasce in Inghilterra in opposizione al razionalismo continentale di Cartesio, Spinoza e Leibniz, che fondavano la conoscenza su idee innate presenti nella mente fin dalla nascita. Per gli empiristi, al contrario, la mente umana non possiede contenuti originari, ma si forma progressivamente attraverso il contatto con il mondo. La parola greca empeiría significa appunto «esperienza», ed è proprio l'esperienza a costituire il materiale e il limite di ciò che possiamo sapere. Questa corrente affronta tre grandi domande: da dove vengono le nostre idee, fin dove può arrivare la nostra conoscenza, quali certezze possiamo davvero raggiungere. Le risposte di Locke e Hume segnano un percorso che, partendo da una fiducia moderata nella ragione, conduce a un esito profondamente critico verso le pretese della metafisica tradizionale.
Locke: la mente come foglio bianco
John Locke (1632-1704), nel Saggio sull'intelletto umano del 1690, paragona la mente alla nascita a una tabula rasa, un foglio bianco su cui l'esperienza scrive a poco a poco i suoi caratteri. Egli distingue due fonti delle nostre idee: la sensazione, che ci fornisce i dati provenienti dagli oggetti esterni attraverso i cinque sensi, e la riflessione, che è l'osservazione interna delle operazioni della nostra mente, come pensare, dubitare o volere. Dalle idee semplici, ricevute passivamente, la mente costruisce attivamente idee complesse combinandole, confrontandole e astraendole, come quando uniamo l'idea di «oro» e di «montagna» per immaginare una montagna d'oro. Locke distingue inoltre nelle cose le qualità primarie, oggettive e misurabili (estensione, figura, movimento, numero), dalle qualità secondarie, soggettive e legate al nostro modo di percepire (colore, sapore, suono, odore). Sul piano della conoscenza, egli ammette una certezza limitata: sicura riguardo a noi stessi, dimostrativa riguardo a Dio, soltanto probabile riguardo al mondo esterno. La sua posizione resta dunque equilibrata, perché riconosce i limiti dell'intelletto senza per questo cadere nello scetticismo.
Hume: impressioni, idee e la critica alla causalità
David Hume (1711-1776), nel Trattato sulla natura umana e nella Ricerca sull'intelletto umano, radicalizza l'empirismo di Locke spingendolo fino alle sue estreme conseguenze. Egli chiama «percezioni» tutti i contenuti della mente e li divide in impressioni, vivide e immediate come la sensazione di freddo che provo aprendo la finestra, e idee, che sono copie sbiadite delle impressioni conservate nella memoria o ricombinate dall'immaginazione. La mente associa le idee secondo tre principi: somiglianza, contiguità nello spazio e nel tempo, e causa-effetto. Proprio sul nesso di causalità Hume costruisce la sua analisi più celebre: noi non vediamo mai un legame necessario fra causa ed effetto, ma soltanto una successione costante di fenomeni che la nostra mente, per abitudine, si aspetta si ripeta in futuro. Ne deriva una critica radicale: la scienza non poggia su una necessità razionale dimostrabile, ma su una credenza psicologica nata dall'esperienza ripetuta. Allo stesso modo Hume mette in dubbio l'idea di sostanza, sia materiale sia spirituale, e perfino l'identità dell'io, che si rivela essere soltanto un fascio di percezioni mutevoli senza un sostrato permanente.
Ricorda
- L'empirismo sostiene che ogni conoscenza deriva dall'esperienza e nega l'esistenza di idee innate nella mente.
- Locke fonda la conoscenza su sensazione e riflessione, distingue qualità primarie e secondarie e ammette una certezza graduata.
- Hume distingue impressioni e idee e mostra che la causalità è un'abitudine mentale, non una connessione necessaria fra i fenomeni.
- Esercizio sul quaderno: disegna una tabella a due colonne intitolate «Locke» e «Hume» e inserisci in ciascuna almeno quattro concetti caratteristici della loro filosofia, poi scrivi tre righe in cui spieghi perché Hume può essere considerato un esito più radicale dell'empirismo lockiano.