I sofisti e Socrate

SpiegazioneLiceo · 3ªfilosofia

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Nel V secolo a.C. Atene diventa il centro di un dibattito acceso sulla verità e sull'educazione: i sofisti insegnano l'arte di persuadere a pagamento, mentre Socrate cerca insieme agli altri una verità che valga per tutti.

Nell'Atene democratica del V secolo a.C., saper parlare in pubblico era una competenza decisiva per chi voleva contare nell'assemblea e nei tribunali. In questo clima nascono due figure opposte ma legate: i sofisti, maestri itineranti che insegnano la retorica dietro compenso, e Socrate, un cittadino ateniese che discute gratuitamente nelle piazze. Entrambi spostano l'attenzione dalla natura ai problemi dell'uomo, della politica e della morale. Le loro risposte, però, sono radicalmente diverse e segneranno per sempre la storia della filosofia occidentale. Capire questo confronto significa entrare nel cuore della cultura greca classica e cogliere le radici del nostro modo di ragionare.

I sofisti: il relativismo e l'arte della parola

I sofisti furono i primi intellettuali di professione: viaggiavano di città in città offrendo a pagamento corsi di retorica, grammatica, politica e diritto ai giovani delle famiglie agiate. Il loro insegnamento rispondeva a un bisogno pratico, perché nella democrazia ateniese vinceva chi sapeva convincere con il discorso l'assemblea o la giuria popolare. Protagora di Abdera, il più celebre, formulò la tesi nota come homo mensura: "L'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono". Questa frase esprime il relativismo, cioè l'idea che non esista una verità unica e oggettiva, ma che ogni cosa appaia diversa a seconda di chi la giudica. Gorgia di Lentini portò questa posizione fino allo scetticismo radicale, sostenendo che nulla esiste, che se anche esistesse non sarebbe conoscibile e che, se fosse conoscibile, non potrebbe essere comunicato.

Da questa visione discende una conseguenza importante: se non c'è una verità assoluta, allora ciò che conta nel dibattito pubblico è la forza persuasiva del discorso. Per i sofisti la parola è uno strumento potentissimo, capace di rendere "forte" anche un argomento debole, e per questo va insegnata con cura tecnica. Anche le leggi e i costumi (in greco nómoi) vengono considerati convenzioni umane, variabili da popolo a popolo, e non realtà eterne fondate sulla natura (la phýsis). Pensiamo a un viaggiatore moderno che attraversa diversi Paesi: nota che ciò che è considerato educato in Giappone può sembrare strano in Italia, e questa osservazione conferma intuitivamente la posizione sofistica sui costumi. Il rischio, però, denunciato già dai contemporanei, è che senza un criterio comune di verità la persuasione possa trasformarsi in manipolazione e la democrazia in dominio dei più abili oratori. I sofisti hanno comunque il grande merito di aver inaugurato la riflessione critica sull'uomo, sul linguaggio e sulla società.

Socrate: il dialogo, l'ironia e la ricerca della verità

Socrate (470-399 a.C.) condivide con i sofisti l'interesse per l'uomo, ma rifiuta con decisione il loro relativismo e il loro insegnamento a pagamento. Convinto che la verità esista e sia uguale per tutti, egli non scrive nulla e affida il suo pensiero al dialogo orale con chiunque incontri per le strade di Atene. Il suo metodo si fonda su due momenti complementari, che vanno sempre intesi come parti di un unico cammino di ricerca. Il primo è l'ironia, con cui Socrate finge di non sapere e, ponendo domande apparentemente ingenue, costringe l'interlocutore a riconoscere le contraddizioni delle proprie certezze. Il secondo è la maieutica, parola che significa "arte dell'ostetrica" e che richiama il mestiere della madre: come la levatrice aiuta a partorire il bambino, così Socrate aiuta l'altro a far nascere dalla propria mente una verità che già possedeva senza saperlo. Il punto di partenza è la celebre formula "so di non sapere", una consapevolezza dei propri limiti che è già il primo gradino della vera sapienza.

Da questo metodo deriva una visione della morale chiamata intellettualismo etico: per Socrate il male nasce dall'ignoranza, perché nessuno sceglierebbe consapevolmente ciò che lo danneggia, e quindi conoscere il bene significa automaticamente praticarlo. Per questo la virtù coincide con la scienza, cioè con la conoscenza autentica, e non con l'abilità retorica vantata dai sofisti. La ricerca della verità, per Socrate, non è un esercizio astratto, ma il modo concreto in cui l'uomo si prende cura della propria anima e diventa veramente felice. Questo atteggiamento lo rese scomodo: nel 399 a.C. fu processato dai cittadini ateniesi con le accuse di empietà e di corruzione dei giovani, e fu condannato a bere la cicuta. Pur potendo fuggire, scelse di obbedire alle leggi della città, mostrando con la propria morte la coerenza tra ciò che aveva insegnato e ciò che aveva vissuto. Da questa eredità nasceranno le grandi scuole di Platone e Aristotele, che porteranno avanti, in modi diversi, la sua ricerca della verità.

Ricorda

Esercizio attivo sul quaderno: disegna una tabella a due colonne intitolate "Sofisti" e "Socrate" e confronta queste quattro voci — concezione della verità, ruolo della parola, metodo di insegnamento, rapporto con il denaro. Poi scrivi in tre righe quale delle due posizioni ti sembra oggi più pericolosa per la vita democratica e perché.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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