I sofisti e Socrate

SpiegazioneLiceo · 3ªfilosofia

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I sofisti e Socrate sono i protagonisti di una rivoluzione del pensiero: nel V secolo a.C. la filosofia smette di interrogarsi soprattutto sulla natura e comincia a interrogarsi sull'uomo, sulla città e sulla verità.

Atene nel V secolo a.C.: lo scenario della svolta

Per capire i sofisti e Socrate dobbiamo immaginare Atene nel pieno della sua democrazia, dopo le vittorie sui Persiani e durante l'età di Pericle. La città è un cantiere politico in cui ogni cittadino libero può parlare nell'assemblea, accusare o difendersi nei tribunali, proporre leggi. Per riuscire in questa vita pubblica non basta avere ragione: bisogna saperlo dimostrare con un discorso chiaro, ordinato e convincente. Nasce così una richiesta sociale del tutto nuova, quella di una formazione che insegni a ragionare e a parlare bene. Pensa, per analogia, a uno studente di oggi che si prepara a un dibattito scolastico: studia l'argomento, ma deve anche imparare a esporlo. Oppure pensa a un consigliere comunale che deve convincere i colleghi a votare un progetto: senza buoni argomenti la sua proposta resta lettera morta.

Chi erano i sofisti

I sofisti erano maestri itineranti che, dietro compenso, insegnavano ai giovani benestanti l'arte del discorso, della politica e del successo nella polis. Il termine "sofista" significava in origine "sapiente" o "esperto" e solo più tardi, soprattutto per influenza di Platone, assunse il senso negativo di chi vende sapienza apparente. In realtà i sofisti furono veri intellettuali: viaggiavano da una città all'altra, tenevano conferenze a pagamento e formavano i futuri politici. Insegnavano grammatica, retorica, diritto, storia, antropologia, ponendo al centro non più la natura ma l'uomo concreto, con le sue leggi e le sue opinioni. Un esempio aiuta a capire: erano un po' come i moderni coach di comunicazione che preparano i candidati prima di un'intervista televisiva. Oppure come quegli insegnanti privati che, in vista di un colloquio importante, allenano lo studente a sostenere le proprie idee davanti a una commissione.

Protagora e l'uomo misura di tutte le cose

Protagora di Abdera è il più famoso dei sofisti e autore della celebre frase: "L'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono". Con questa affermazione egli sostiene che la verità non è assoluta ma dipende da chi la percepisce e dal contesto in cui vive: questa posizione si chiama relativismo. Per Protagora non esiste un punto di vista divino dal quale giudicare le cose: ogni società stabilisce con la legge ciò che è giusto per sé, e nessuna cultura può imporsi come superiore. Il sofista insegna allora a sostenere il discorso più utile, perché tra due tesi opposte si può sempre rendere più forte quella che inizialmente sembrava più debole. Pensa al vento freddo: chi è accaldato lo trova piacevole, chi ha la febbre lo sente sgradevole, eppure si tratta dello stesso vento. Oppure pensa a un cibo molto piccante, che per un commensale è una delizia e per un altro è insopportabile: per Protagora entrambi dicono il vero, ciascuno a partire dalla propria misura.

Gorgia e il potere della parola

Gorgia di Lentini, in Sicilia, è il secondo grande nome della sofistica e porta il relativismo fino allo scetticismo radicale. Nel suo trattato "Sul non essere" egli sostiene tre tesi spiazzanti: nulla esiste; se anche qualcosa esistesse, non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Da questa diffidenza verso la verità nasce una valorizzazione enorme della parola: il discorso non descrive una realtà oggettiva, ma è uno strumento potentissimo capace di smuovere le emozioni e di guidare gli ascoltatori. Nel celebre "Encomio di Elena" Gorgia difende la donna accusata di aver provocato la guerra di Troia, mostrando che fu travolta da forze più forti di lei, fra cui proprio la parola persuasiva. Possiamo paragonare la sua arte a uno spot pubblicitario costruito ad arte, che non dimostra nulla ma ci convince a comprare un prodotto. Oppure a un avvocato abilissimo che, in tribunale, sa rendere ragionevole anche una versione dei fatti che all'inizio sembrava poco credibile.

Socrate: una vita per la ricerca

Socrate nasce ad Atene nel 469 a.C. e vive nel pieno della sofistica, ma rifiuta sia di farsi pagare sia di insegnare un'arte del successo: per lui la filosofia è ricerca disinteressata della verità. Egli non scrive nulla, dialoga continuamente per le strade della città con artigiani, politici, giovani, sostenendo che la sua sapienza consiste nel sapere di non sapere. Quando l'oracolo di Delfi lo dichiara l'uomo più saggio, Socrate interpreta la risposta in modo originale: è più saggio degli altri perché, almeno, è consapevole della propria ignoranza. Questa consapevolezza non è rassegnazione ma punto di partenza: solo chi sa di non sapere è davvero spinto a cercare. A scuola, per esempio, lo studente che ammette di non capire un passaggio di geometria può finalmente chiedere aiuto e progredire, mentre chi finge di sapere tutto resta fermo. Allo stesso modo, in una discussione tra amici, riconoscere che un'opinione non era ben fondata apre la strada a un confronto più onesto e produttivo.

L'ironia e la maieutica

Il metodo socratico si articola in due momenti, l'ironia e la maieutica, che insieme costituiscono un autentico esercizio di dialogo. Nel momento ironico Socrate finge di non sapere e chiede all'interlocutore di spiegare un concetto importante, come il coraggio, la giustizia o la pietà; poi, con domande sempre più precise, mostra che le risposte date erano contraddittorie. È il celebre "so di non sapere" che diventa anche "e neppure tu sai", spingendo l'altro a una salutare crisi delle proprie certezze. Segue il momento maieutico, in cui Socrate aiuta l'interlocutore a partorire da sé una definizione più solida, proprio come sua madre, levatrice, aiutava le donne a dare alla luce i figli. Pensa a un compagno che spiega un problema di matematica non dando subito la soluzione, ma facendo domande finché tu stesso arrivi al risultato. Oppure pensa a un allenatore che, invece di correggere ogni mossa, ti chiede perché hai colpito la palla in quel modo, finché trovi tu stesso l'errore.

Il processo, la condanna e l'eredità

Nel 399 a.C. Socrate è accusato di empietà verso gli dèi della città e di corruzione dei giovani: il tribunale popolare lo condanna a bere la cicuta, una pianta velenosa. Pur avendo la possibilità di fuggire grazie agli amici, egli accetta la sentenza perché, secondo la sua coscienza, è giusto rispettare le leggi della città anche quando applicano una decisione ingiusta nei nostri confronti. Con la sua morte Socrate dimostra coerenza tra ciò che ha insegnato e ciò che fa: la cura dell'anima vale più della vita stessa e la giustizia non si misura solo dal vantaggio personale. Da quel momento la filosofia europea si dividerà tra prima e dopo Socrate, perché Platone, suo allievo, raccoglie la sua eredità e la trasforma in un grande sistema di pensiero. Pensa a un giornalista che rifiuta di rivelare una fonte e accetta il carcere pur di restare fedele al proprio codice deontologico. Oppure pensa a un atleta che, scoperto un errore arbitrale a suo favore, lo segnala perdendo la gara: la coerenza con i propri valori conta più del successo immediato.

Sofisti e Socrate: differenze e somiglianze

A prima vista sofisti e Socrate sembrano simili, perché entrambi mettono al centro l'uomo, dialogano nella città e mettono in discussione la tradizione: in questo senso si parla di un comune antropocentrismo. La differenza però è profonda: i sofisti insegnano un'arte a pagamento e accettano che la verità sia relativa, Socrate dialoga gratuitamente perché crede che esistano valori validi per tutti, come il bene e la giustizia. I sofisti cercano l'efficacia del discorso, Socrate cerca la sua correttezza interiore; i primi vogliono vincere la discussione, il secondo vuole capire. Per usare un esempio quotidiano, due studenti possono studiare la stessa materia con scopi diversi: uno per prendere il voto più alto, l'altro per capire davvero un argomento che lo appassiona. Allo stesso modo, in un dibattito tra amici, c'è chi vuole avere l'ultima parola e chi vuole arrivare insieme alla soluzione migliore: la differenza interna fra sofisti e Socrate assomiglia molto a questa.

Ricorda

I punti chiave da tenere a mente sono i seguenti:

  1. I sofisti furono maestri itineranti del V secolo a.C. che insegnavano a pagamento retorica, politica e arte del discorso ai giovani ateniesi.
  2. Protagora sostiene il relativismo con la formula "l'uomo misura di tutte le cose": ogni verità dipende dal punto di vista di chi la afferma.
  3. Gorgia porta il relativismo fino allo scetticismo e valorizza la parola come strumento di persuasione, non come specchio della realtà.
  4. Socrate non si fa pagare e cerca una verità valida per tutti, partendo dalla consapevolezza di non sapere.
  5. Il suo metodo unisce ironia, che smonta le false certezze, e maieutica, che aiuta l'altro a trovare da sé una definizione più solida.
  6. Condannato a morte nel 399 a.C., Socrate accetta la cicuta per coerenza con i propri principi e con le leggi della città.

Piccolo esercizio di verifica da fare sul quaderno: scrivi in una colonna le caratteristiche dei sofisti (ad esempio: insegnano a pagamento, relativismo, retorica) e in una seconda colonna quelle di Socrate (ad esempio: dialogo gratuito, ricerca di verità universali, maieutica); poi, sotto la tabella, formula in cinque-sei righe la tua opinione su quale dei due atteggiamenti ti sembri più utile oggi e perché.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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