Il Risorgimento e l'Unità d'Italia

SpiegazioneLiceo · 5ªstoria

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Il Risorgimento è il movimento politico, culturale e militare che, tra la fine del Settecento e il 1870, condusse alla nascita dello Stato unitario italiano. È una vicenda fatta di idee, congiure, battaglie, fallimenti e diplomazia, in cui convivono romanticismo patriottico e calcolo realpolitico.

Le radici settecentesche e l'eredità napoleonica

Il Risorgimento non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici nell'Illuminismo lombardo e napoletano, che aveva diffuso l'idea di cittadinanza, di uguaglianza giuridica e di sovranità della nazione. Pensatori come Cesare Beccaria, Pietro Verri e Gaetano Filangieri avevano abituato le élite italiane a ragionare in termini di diritti universali e di riforma dello Stato. La Rivoluzione francese e soprattutto le campagne di Napoleone in Italia (1796-1814) trasformarono queste idee in esperienze concrete: nacquero le repubbliche giacobine, fu introdotto il Codice civile, furono aboliti i privilegi feudali e si sperimentò una prima organizzazione amministrativa moderna. Per la prima volta molti italiani videro tricolori, costituzioni scritte e leve militari nazionali, scoprendo che lo Stato poteva non essere quello del principe ma quello dei cittadini. Anche un contadino dell'Emilia o un commerciante di Milano poté constatare che le pesatura e le misure erano diventate uniformi e che i tribunali applicavano regole scritte uguali per tutti. Quando, dopo Waterloo, il Congresso di Vienna del 1815 tentò di restaurare l'ordine antico, si scoprì che quell'esperienza non era cancellabile: il seme era piantato. La generazione che aveva combattuto sotto le aquile napoleoniche divenne il primo nucleo di patrioti italiani.

La Restaurazione e le società segrete

Il Congresso di Vienna restituì la penisola a una geografia frammentata: il Regno di Sardegna ai Savoia, il Lombardo-Veneto agli Asburgo, i ducati di Parma, Modena e Toscana a principi legati all'Austria, lo Stato Pontificio al papa e il Regno delle Due Sicilie ai Borbone. Su tutto vigilava Klemens von Metternich, per il quale l'Italia era soltanto un'espressione geografica. In questo clima di censura e di polizia segreta, molti ufficiali, professionisti e intellettuali si organizzarono in sette clandestine, di cui la più famosa fu la Carboneria, divisa in vendite e organizzata per gradi di affiliazione. I moti del 1820-21 a Napoli e in Piemonte chiesero costituzioni sul modello spagnolo del 1812, ma furono repressi dalle truppe austriache, e Silvio Pellico fu condannato allo Spielberg, da dove uscirà il libro Le mie prigioni. Nel 1831 una nuova ondata insurrezionale colpì Modena, Parma e le Legazioni pontificie, fallendo per l'assenza dell'atteso aiuto francese e per la mancanza di coordinamento. Pensate a un piccolo medico di Forlì che, ricevuta la chiamata, lascia di nascosto la famiglia per arruolarsi e poi si ritrova esule a Marsiglia: è la traiettoria di migliaia di giovani borghesi. Da questi fallimenti nacque la convinzione che servisse un progetto politico nuovo, capace di parlare al popolo e non solo a piccole élite cospirative.

Le tre anime del Risorgimento: Mazzini, Gioberti, Cattaneo

Negli anni Trenta e Quaranta il movimento patriottico elaborò programmi politici differenti, spesso in aperta polemica fra loro. Giuseppe Mazzini, esule a Marsiglia, fondò nel 1831 la Giovine Italia, predicando una Repubblica unitaria fondata su Dio e popolo, da conquistare con l'insurrezione e l'educazione delle masse. Sul fronte opposto, l'abate Vincenzo Gioberti pubblicò nel 1843 Del primato morale e civile degli Italiani, proponendo una confederazione di Stati sotto la presidenza del papa: è la corrente detta neoguelfa. Carlo Cattaneo, milanese e positivista, sognava invece una repubblica federale sul modello svizzero, in grado di valorizzare le tradizioni regionali. Tra queste posizioni si inserì la proposta moderata di Cesare Balbo, che nelle Speranze d'Italia affidava al Piemonte e a Casa Savoia il ruolo di guida nazionale. Immaginate uno studente di legge dell'Università di Pavia che, in una stessa settimana, legge clandestinamente Mazzini, ascolta una predica giobertina e discute di federalismo con un amico ticinese: percepisce un'Italia possibile in tre forme diverse. Questa pluralità spiega perché il Risorgimento non sia stato un blocco compatto, ma un dialogo conflittuale tra repubblicani, federalisti e monarchici costituzionali.

Il 1848: la primavera dei popoli in Italia

Il 1848 fu l'anno in cui le idee diventarono piazze, barricate e costituzioni. Già nel gennaio l'insurrezione di Palermo costrinse Ferdinando II a concedere una costituzione, e nel giro di poche settimane Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto Albertino (4 marzo 1848), destinato a restare la legge fondamentale del Regno d'Italia fino al 1948. A Milano le Cinque Giornate (18-22 marzo) cacciarono il maresciallo Radetzky, mentre Venezia si proclamava repubblica con Daniele Manin. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria dando inizio alla Prima guerra di indipendenza, ma la cautela militare e la diffidenza dei democratici portarono alle sconfitte di Custoza (luglio 1848) e Novara (marzo 1849). Pensate alla bottega di un sarto milanese trasformata in laboratorio di cartucce, o a un parroco veneto che benedice la bandiera tricolore prima di salutare i fucilieri partenti: la guerra fu un fatto popolare, non solo dinastico. A Roma, fuggito Pio IX, fu proclamata la Repubblica Romana guidata da un triumvirato di cui faceva parte Mazzini e difesa militarmente da Giuseppe Garibaldi, fino alla capitolazione di fronte alle truppe francesi di Luigi Napoleone nel luglio 1849. Il bilancio del biennio fu apparentemente disastroso, ma cambiò per sempre l'orizzonte mentale degli italiani.

Cavour e la diplomazia del Regno di Sardegna

Dopo il 1849 il Piemonte di Vittorio Emanuele II rimase l'unico Stato italiano a conservare la costituzione, attirando esuli e intellettuali da tutta la penisola. Camillo Benso conte di Cavour, nominato primo ministro nel 1852, comprese che l'unità non si sarebbe ottenuta solo con eserciti volontari, ma con un Piemonte forte, moderno e diplomaticamente abile. Promosse riforme economiche imponenti: trattati di libero scambio, ferrovie, canali come il Cavour, banche e bonifiche, perché un esercito nazionale presuppone strade, telegrafi e un bilancio sano. Sul piano internazionale partecipò alla guerra di Crimea (1855) accanto a Francia e Inghilterra, ottenendo nel Congresso di Parigi (1856) il diritto di porre la questione italiana davanti alle potenze. Nel 1858, nei colloqui segreti di Plombières con Napoleone III, ottenne la promessa di un intervento militare francese in caso di aggressione austriaca, in cambio di Nizza e della Savoia. Un piccolo esempio del suo stile: in una lettera ai suoi prefetti raccomandava di sostenere la stampa moderata, perché la nazione si costruisce anche con i giornali del mattino letti nei caffè di Torino e Genova.

Le guerre di indipendenza e la spedizione dei Mille

Nell'aprile 1859 l'ultimatum austriaco al Piemonte aprì la Seconda guerra di indipendenza: le vittorie franco-piemontesi di Magenta e Solferino indussero però Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca, ottenendo per il Piemonte solo la Lombardia. Nonostante la delusione, plebisciti popolari nei ducati e nelle Legazioni sancirono l'annessione al Regno di Sardegna nel marzo 1860. In maggio Giuseppe Garibaldi salpò da Quarto con i Mille, sbarcando a Marsala, vincendo a Calatafimi e marciando rapidamente attraverso la Sicilia e la Campania fino a entrare a Napoli il 7 settembre. L'esercito piemontese intanto scendeva attraverso le Marche e l'Umbria battendo le truppe pontificie a Castelfidardo: a Teano (26 ottobre 1860) avvenne lo storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, con la consegna del Mezzogiorno al re. Pensate a un pescatore di Marsala che vede arrivare due piroscafi e in poche ore diventa staffetta delle camicie rosse, o a una contadina del Cilento che cuce coccarde tricolori: il 1860 fu un anno di mobilitazione straordinaria. Il 17 marzo 1861 il Parlamento di Torino proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia.

Roma, Venezia e i nodi irrisolti dell'unificazione

L'Italia del 1861 era ancora incompleta: mancavano il Veneto, ancora austriaco, e Roma, presidiata dalle truppe francesi a difesa del papa. La Terza guerra di indipendenza (1866), combattuta a fianco della Prussia di Bismarck, terminò con le sconfitte militari di Custoza e Lissa ma con il successo politico dell'annessione del Veneto, grazie alla vittoria prussiana a Sadowa. Garibaldi tentò due volte di marciare su Roma, ma fu fermato sull'Aspromonte nel 1862 e a Mentana nel 1867, dimostrando che la questione romana richiedeva una soluzione diplomatica e non militare. L'occasione arrivò nel 1870, quando la guerra franco-prussiana costrinse Napoleone III a ritirare la guarnigione: il 20 settembre i bersaglieri entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, e l'anno seguente la capitale fu trasferita lì. Restavano fuori dai confini Trento, Trieste e l'Istria, le cosiddette terre irredente, che sarebbero state oggetto della politica nazionale fino alla Prima guerra mondiale. Pensate a un maestro elementare di Belluno che, nel 1866, può finalmente insegnare la geografia del proprio paese senza temere il commissario austriaco, o a un giovane di Trento che continua a sentirsi italiano pur restando suddito di Vienna.

I problemi dell'Italia unita: il Mezzogiorno, la Chiesa, la lingua

L'unificazione politica aprì problemi sociali e culturali enormi, che la classe dirigente liberale dovette affrontare con risorse limitate. L'estensione della legislazione piemontese a tutta la penisola e una tassazione fortissima, come la tassa sul macinato del 1868, alimentarono nel Mezzogiorno il fenomeno del cosiddetto brigantaggio, che fu insieme rivolta sociale, resistenza filoborbonica e criminalità organizzata, e fu combattuto con leggi speciali ed eserciti consistenti. Sul piano religioso, la legge delle Guarentigie del 1871 non fu accettata dal papa Pio IX, che con il Non expedit invitò i cattolici a non partecipare alla vita politica nazionale, generando una frattura profonda tra Stato e Chiesa fino ai Patti Lateranensi del 1929. Sul piano culturale e linguistico, secondo le stime di Tullio De Mauro all'unità solo il 2,5% della popolazione parlava abitualmente italiano, e fu la scuola, fondata sulla Legge Casati del 1859, a fare gli italiani nel lungo periodo. Pensate al primo soldato meridionale di leva che, in caserma a Torino, scopre di non capire i comandi del sergente lombardo: l'esercito divenne, suo malgrado, una scuola di lingua nazionale. Famoso è il monito attribuito a Massimo d'Azeglio: «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani».

Ricorda

I punti chiave da fissare sono otto.

  1. Le radici del Risorgimento stanno nell'Illuminismo italiano e nell'esperienza napoleonica, che diffuse codici, costituzioni e idea di nazione.
  2. Dopo il 1815 il Congresso di Vienna restaurò la frammentazione e suscitò la reazione delle società segrete e dei moti del 1820-21 e 1831.
  3. Tra il 1831 e il 1848 si confrontarono tre progetti: repubblicano e unitario (Mazzini), neoguelfo (Gioberti), federale (Cattaneo), oltre ai moderati monarchici.
  4. Il 1848-49 vide costituzioni, le Cinque Giornate di Milano, la Repubblica Romana e la Prima guerra di indipendenza, persa militarmente ma decisiva politicamente.
  5. Cavour modernizzò il Piemonte, lo inserì nella diplomazia europea con la guerra di Crimea e gli accordi di Plombières con Napoleone III.
  6. La Seconda guerra di indipendenza (1859), i plebisciti del 1860 e la spedizione dei Mille portarono alla proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861.
  7. Venezia fu annessa nel 1866 e Roma nel 1870 con la breccia di Porta Pia; rimasero irredente Trento, Trieste e l'Istria.
  8. L'Italia unita affrontò il brigantaggio meridionale, il dissidio con la Chiesa (Non expedit) e l'analfabetismo, gettando le basi della costruzione nazionale.

Piccolo esercizio di verifica da svolgere sul quaderno: costruisci una linea del tempo dal 1815 al 1871 collocando in ordine cronologico almeno dieci eventi tra quelli citati nella spiegazione; per ciascun evento scrivi in due righe perché lo consideri una tappa decisiva (politica, militare o culturale) del processo di unificazione, e indica un protagonista a tua scelta motivandone il ruolo.

Riferimento curricolare

Scheda didattica rigenerata (prompt v2, §35 C-F4); allineata al curricolo del segmento.

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