La poesia italiana del primo Novecento attraversa una trasformazione radicale: Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale, pur diversissimi per stile e visione del mondo, condividono il bisogno di reinventare il linguaggio poetico dopo la crisi delle certezze ottocentesche. Entrambi, partendo da esperienze biografiche e storiche diverse, costruiscono una poesia essenziale, simbolica e profondamente filosofica.
Ungaretti: la parola come folgorazione
Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888, vive l'esperienza decisiva della Prima guerra mondiale come soldato sul fronte del Carso, e proprio in quelle trincee nasce la sua poetica della essenzialità. Nella raccolta L'Allegria (1916), Ungaretti spezza il verso tradizionale e isola le parole in versicoli brevissimi, talvolta di una sola sillaba, restituendo loro un peso assoluto e originario. Ogni parola diventa una scoperta, una rivelazione improvvisa che nasce dal silenzio della pagina bianca e vi ritorna. La punteggiatura scompare quasi del tutto, mentre gli spazi tipografici e gli a capo assumono valore di pausa meditativa e di respiro emotivo. La poesia Mattina, composta dai soli versi «M'illumino / d'immenso», esemplifica perfettamente questa folgorazione lirica, in cui due parole bastano a esprimere uno stato di grazia esistenziale. Negli anni successivi, con Sentimento del tempo (1933) e Il dolore (1947), Ungaretti recupera forme metriche più tradizionali, come l'endecasillabo, sviluppando una poesia di tono religioso e meditativo.
Montale: il male di vivere e il correlativo oggettivo
Eugenio Montale, nato a Genova nel 1896, propone una poesia profondamente diversa, costruita sul concetto di negatività esistenziale e sulla mancanza di certezze metafisiche. Nella raccolta d'esordio Ossi di seppia (1925), il paesaggio arido e roccioso della costa ligure diventa simbolo della condizione umana, prigioniera di un'esistenza priva di senso e schiacciata dal «male di vivere» che il poeta scopre nei piccoli dettagli del mondo naturale. Montale elabora la tecnica del «correlativo oggettivo», ereditata da T.S. Eliot, in cui un oggetto concreto o un'immagine quotidiana esprime indirettamente uno stato d'animo o un'idea astratta, senza mai dichiararla apertamente. Il suo linguaggio è ricco, denso e ricercato, con un lessico talvolta tecnico e prezioso, opposto alla scarnificazione ungarettiana. Nelle raccolte successive, Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), compare la figura femminile salvifica di Clizia, mentre nell'ultima fase, con Satura (1971), il tono si fa ironico, prosastico e disincantato, segnando il congedo dalla grande lirica novecentesca.
Ricorda
- Ungaretti rinnova la poesia attraverso la frammentazione del verso e l'isolamento della parola pura, nata dall'esperienza della guerra e dal bisogno di autenticità espressiva.
- Montale costruisce una poesia filosofica fondata sul correlativo oggettivo e sulla rappresentazione di un mondo arido, in cui solo a tratti si aprono varchi di possibile salvezza.
- Entrambi i poeti, pur con linguaggi opposti (essenziale Ungaretti, denso Montale), interpretano la crisi del Novecento e ricevono il Premio Nobel per la Letteratura, rispettivamente nel 1970 e nel 1975.
Esercizio attivo: sul quaderno, scrivi due colonne intitolate «Ungaretti» e «Montale» e distribuisci queste parole-chiave nella colonna giusta, motivando in una frase ciascuna scelta: folgorazione, correlativo oggettivo, Carso, Liguria, versicolo, male di vivere, Clizia, Allegria.