Il Verismo è la corrente letteraria italiana che, nella seconda metà dell'Ottocento, racconta con rigore scientifico la realtà delle classi umili, soprattutto del Mezzogiorno e della Sicilia, trovando in Giovanni Verga il suo interprete più alto e originale.
Il Verismo nasce in Italia tra il 1875 e il 1880, in un contesto culturale segnato dal Positivismo di Auguste Comte e dalle scoperte della scienza sperimentale, che fanno credere possibile uno studio oggettivo anche dei fatti umani e sociali. La corrente raccoglie suggestioni dal Naturalismo francese di Émile Zola, ma se ne distingue per scelte tematiche e ideologiche profondamente diverse. Mentre Zola descriveva la Parigi industriale e nutriva fiducia nel progresso scientifico capace di migliorare la società, i veristi italiani guardano alla campagna, ai pescatori, ai minatori del Sud, e non credono che la letteratura possa cambiare il mondo. I principali esponenti, oltre a Verga, sono Luigi Capuana, teorico del movimento, e Federico De Roberto, autore de "I Viceré". L'ambientazione meridionale non è folclore ma scelta consapevole, perché il Sud, dopo l'Unità del 1861, rivela con drammatica evidenza la cosiddetta questione meridionale, fatta di miseria, analfabetismo e sfruttamento. La letteratura verista, dunque, si propone come testimonianza fedele di un'Italia che la retorica risorgimentale aveva taciuto.
I principi poetici: impersonalità, regressione, eclisse dell'autore
Il cuore della poetica verista, elaborato da Verga nella prefazione a "L'amante di Gramigna" del 1880, è il principio dell'impersonalità: l'opera d'arte deve sembrare essersi fatta da sé, senza che si veda la mano dello scrittore. Per raggiungere questo effetto Verga adotta tre tecniche narrative strettamente intrecciate, che rivoluzionano la prosa italiana dell'epoca. La prima è l'eclisse del narratore onnisciente: lo scrittore rinuncia a commentare, giudicare, spiegare la psicologia dei personaggi, e si limita a far accadere i fatti davanti agli occhi del lettore. La seconda è la regressione del punto di vista, per cui il narratore si abbassa al livello culturale e linguistico dei personaggi, vedendo il mondo come lo vedrebbe un pescatore di Aci Trezza o un contadino. La terza è il discorso indiretto libero, che fonde la voce narrante con quella dei personaggi senza segnali grafici, e l'uso di proverbi, modi di dire e sintassi popolare che ricostruiscono un'oralità autentica. Per esempio, nei "Malavoglia" la frase "il mare era amaro e il pescatore muore in mare" non è osservazione del narratore colto ma sapienza proverbiale del villaggio, che entra direttamente nel tessuto del romanzo. Questa tecnica produce quello che Verga chiama l'"artificio della regressione", grazie al quale il lettore ha l'illusione di ascoltare il coro stesso della comunità rappresentata.
Verga e il "ciclo dei Vinti": l'ideale dell'ostrica e il pessimismo
Dopo una giovinezza dedicata a romanzi mondani come "Eva" e "Tigre reale", Verga compie la sua conversione al Verismo tra il 1874 e il 1880, anni della novella "Nedda" e soprattutto di "Rosso Malpelo", inclusa in "Vita dei campi". Da qui prende avvio il grande progetto del ciclo dei Vinti, pensato come una serie di cinque romanzi che avrebbero raccontato la lotta per la vita nelle diverse classi sociali. Verga ne completò solo due, "I Malavoglia" del 1881 e "Mastro-don Gesualdo" del 1889, mentre "La Duchessa di Leyra", "L'onorevole Scipioni" e "L'uomo di lusso" rimasero allo stato di abbozzo o di progetto. Alla base del ciclo c'è una visione pessimistica e darwiniana dell'esistenza: la società è una lotta in cui i vincitori schiacciano i vinti, e ogni tentativo di migliorare la propria condizione è destinato al fallimento. Verga formula questa idea attraverso il celebre "ideale dell'ostrica": come il mollusco sopravvive solo se resta attaccato allo scoglio, così l'individuo si salva soltanto restando fedele alla famiglia, al lavoro tradizionale e ai valori della comunità in cui è nato. Padron 'Ntoni e i Malavoglia rovinano proprio perché il giovane 'Ntoni vuole staccarsi dallo scoglio, cercare fortuna altrove e abbandonare la "casa del nespolo", mentre Mastro-don Gesualdo, arricchitosi da nulla, muore solo perché il denaro non gli ha dato né affetti né rispetto sociale. Il pessimismo verghiano non è dunque psicologico ma strutturale: nasce dalla convinzione che il progresso, visto dal basso, sia una fiumana che travolge gli ultimi.
Ricorda
- Il Verismo applica il metodo scientifico alla letteratura ma, a differenza del Naturalismo, rinuncia alla fiducia nel progresso e si concentra sulle classi umili del Sud.
- La poetica dell'impersonalità si realizza attraverso eclisse dell'autore, regressione del punto di vista e discorso indiretto libero.
- Il "ciclo dei Vinti" e l'ideale dell'ostrica esprimono un pessimismo darwiniano: chi cerca di cambiare la propria condizione viene travolto.
Esercizio attivo sul quaderno: scegli un breve passo di tre o quattro righe da "Rosso Malpelo" o dall'incipit dei "Malavoglia" e riscrivilo eliminando la regressione, cioè trasformandolo come lo avrebbe scritto un narratore onnisciente ottocentesco (per esempio Manzoni). Confronta poi le due versioni e annota in cinque righe quali effetti stilistici e ideologici si perdono nella tua riscrittura.