Kant: la Critica della ragion pura

SpiegazioneLiceo · 4ªfilosofia

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Stesso argomento, tre livelli: Sintetica (più breve), Standard, Estesa (più completa).

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La Critica della ragion pura (1781) è l'opera con cui Kant rivoluziona la filosofia chiedendosi non cosa conosciamo, ma come riusciamo a conoscere. Il suo obiettivo è capire fin dove può spingersi la ragione umana e dove invece deve fermarsi.

Il problema di partenza: razionalismo ed empirismo a confronto

Prima di Kant, due grandi correnti si contendevano il campo della teoria della conoscenza. Il razionalismo, da Cartesio a Leibniz, sosteneva che la verità si raggiunge attraverso la ragione e le idee innate, indipendentemente dall'esperienza. L'empirismo, da Locke a Hume, affermava invece che ogni nostra conoscenza deriva dai sensi e che la mente, alla nascita, è una tabula rasa. Kant si accorge che entrambe le posizioni, prese da sole, portano a un vicolo cieco: il razionalismo costruisce sistemi metafisici senza controllo dell'esperienza, mentre l'empirismo, con Hume, finisce nello scetticismo, negando perfino la validità del principio di causa. Pensa a un bambino che cerca di capire perché il bicchiere caduto si rompe: il razionalista direbbe che lo sa per pura logica, l'empirista che lo ha imparato vedendolo accadere mille volte. Kant propone una terza via che unisce i due aspetti in un'unica spiegazione coerente.

La rivoluzione copernicana del conoscere

Kant paragona la sua proposta alla rivoluzione astronomica di Copernico, che aveva spostato il centro dal pianeta Terra al Sole. Allo stesso modo, nel campo della conoscenza, non è più la mente che deve adeguarsi agli oggetti, ma sono gli oggetti che devono adeguarsi alle strutture della mente. Significa che noi non vediamo il mondo così come è in sé, ma come la nostra mente lo organizza attraverso forme e categorie proprie. Immagina di indossare per tutta la vita un paio di occhiali con lenti colorate di azzurro: ogni cosa che guarderai apparirà tinta di quel colore, e non potrai mai sapere come essa appaia senza quelle lenti. Per Kant le forme della sensibilità e dell'intelletto sono come queste lenti universali, condivise da tutti gli uomini. La conoscenza diventa così il prodotto dell'incontro tra ciò che riceviamo dall'esperienza e ciò che la mente attivamente aggiunge a essa.

I giudizi sintetici a priori

Per rendere possibile una scienza vera, secondo Kant, dobbiamo formulare giudizi che siano insieme universali, necessari e capaci di accrescere il nostro sapere. Distingue allora tra giudizi analitici, in cui il predicato è già contenuto nel soggetto (ad esempio: "il triangolo ha tre lati"), e giudizi sintetici, in cui il predicato aggiunge qualcosa di nuovo (ad esempio: "questa rosa è rossa"). I giudizi a priori sono indipendenti dall'esperienza, mentre quelli a posteriori dipendono da essa. La grande scoperta kantiana è l'esistenza di giudizi sintetici a priori, cioè universali e necessari ma anche capaci di estendere la conoscenza. Un esempio classico è la proposizione matematica "7+5=12": il dodici non è già contenuto nel concetto di sette o di cinque, eppure il risultato vale necessariamente sempre e ovunque. Questi giudizi sono il fondamento di matematica, fisica e dell'eventuale metafisica come scienza.

L'Estetica trascendentale: spazio e tempo

La prima parte dell'opera, l'Estetica trascendentale, studia la sensibilità, cioè la facoltà con cui riceviamo i dati dell'esperienza. Kant dimostra che spazio e tempo non sono cose reali esistenti fuori di noi, né concetti che ricaviamo dai sensi, ma forme a priori della nostra sensibilità. Lo spazio è la forma del senso esterno, attraverso cui ordiniamo gli oggetti come accanto, sopra, sotto, davanti; il tempo è la forma del senso interno, con cui percepiamo la successione dei nostri stati psicologici. Pensa a quando ascolti una canzone: le note non possono presentarsi insieme tutte in un istante, ma si dispongono necessariamente in una sequenza temporale. Allo stesso modo, non puoi immaginare un oggetto senza collocarlo in qualche spazio, anche solo mentale. Grazie a queste forme, la matematica può costruire giudizi sintetici a priori: la geometria si fonda sullo spazio, l'aritmetica sul tempo.

L'Analitica trascendentale: categorie e "Io penso"

La seconda parte studia l'intelletto, la facoltà che pensa e organizza i dati ricevuti dalla sensibilità attraverso dodici categorie a priori, come quelle di unità, pluralità, sostanza e causa. Le categorie sono come dei contenitori vuoti che la mente usa per dare ordine al materiale grezzo dell'esperienza. Senza il concetto di causa, ad esempio, non potresti collegare l'avvicinarsi della fiamma allo scioglimento della cera: vedresti solo due eventi separati. Tutto questo lavoro di unificazione è svolto dall'"Io penso", l'autocoscienza pura che accompagna ogni nostra rappresentazione e ne garantisce l'unità. Kant chiama "fenomeno" l'oggetto come ci appare attraverso forme e categorie, e "noumeno" la cosa in sé, che resta inconoscibile perché va oltre le nostre strutture conoscitive. Possiamo dunque conoscere come le cose ci appaiono, ma mai come sono indipendentemente da noi.

La Dialettica trascendentale: i limiti della metafisica

Nella terza parte Kant affronta la ragione, la facoltà che cerca l'incondizionato e tende a oltrepassare i limiti dell'esperienza possibile. Quando la ragione pretende di conoscere oggetti che non possono mai esserci dati nei sensi, cade inevitabilmente nell'errore e produce tre grandi idee illusorie: l'anima (psicologia razionale), il mondo come totalità (cosmologia razionale) e Dio (teologia razionale). Su questi temi la ragione si avvolge in paralogismi, antinomie e prove inconsistenti, perché applica le categorie al di fuori del loro campo legittimo. È come se cercassi di pesare la giustizia con una bilancia da cucina: lo strumento è valido, ma usato dove non può funzionare. Le tre idee non sono però inutili: hanno un valore regolativo, perché spingono il sapere a unificarsi sempre di più, anche se non lo rendono mai assoluto. La metafisica tradizionale, come scienza dimostrativa, è dunque impossibile, ma il bisogno metafisico resta vivo e troverà risposta nella ragion pratica.

Ricorda

Esercizio di verifica sul quaderno: spiega con parole tue, in dieci-quindici righe, perché secondo Kant la matematica è una scienza possibile mentre la metafisica tradizionale non lo è. Aiutati con un esempio originale di giudizio sintetico a priori che tu stesso inventi, diverso da quelli letti nella spiegazione, e indica a quale facoltà conoscitiva si riferisce.

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